La ragazza di Partanna che dice "no"

 Il libro di cui qui si parla, «Maledetta mafia» (ed. San Paolo, pp. 176, euro 12,00) è firmato in copertina da due persone. La prima è Piera Aiello, la seconda è Umberto Lucentini, un giornalista palermitano noto anche come collaboratore di diverse importanti testate nazionali.

Più complicato è dire chi sia Piera Aiello, perché nessun documento ufficiale che le consenta di vivere come una qualsiasi cittadina italiana la cita con quel nome e cognome. Non si sa dove risiede, e tutto quello che si conosce di lei fa parte della storia raccontata nel libro. Ma vi manca per ovvie ragioni facilmente comprensibili, qualcosa di molto importante: quello che per alcuni anni Piera Aiello ha riferito nei tribunali della Repubblica, dietro la consegna della massima riservatezza possibile perché qualcuno potrebbe punirla. Un qualcuno identico, nelle consuetudini criminali, a quegli “uomini d’onore” che le hanno ucciso nel giro di pochi anni il suocero e il marito, quest’ultimo davanti ai suoi occhi.

Piera Aiello (o comunque si chiami adesso, non importa) è dal 1997 una “testimone di giustizia”, cioè una di quella settantina di persone che, dopo avere per alcuni anni  collaborato direttamente con la magistratura dicendo quello che sapevano a proposito della criminalità organizzata, continuano a farlo partecipando in tutta Italia a incontri in scuole e altri ambienti pubblici dove si denunciano senza timori le realtà della mafia e si difende con estrema fierezza la legalità, accettando di pagare un prezzo molto alto: la propria stessa vita, insieme a quella dei genitori, dei consorti, dei figli, considerata a rischio ogni volta che si nota qualcuno che la segue per strada, la guarda, forse sta per ucciderla.

La storia di Piera Aiello coincide con gli anni del massimo scontro fra la mafia e lo Stato. Nasce a Partanna, in provincia di Trapani, il 2 luglio del 1967, da una coppia povera ma coraggiosa e soprattutto onesta, senza nessuna ombra di sudditanza agli “uomini d’onore” locali. Per cinque anni vive da emigrata in Venezuela, dove il padre lavora da muratore; poi la famiglia (dove è nata un’altra bambina) torna in Sicilia. Piera va a scuola, a tredici anni crede di innamorarsi di un ragazzo, che presto la delude per colpa della droga; poi ne incontra un altro, si chiama Nicola Atria, figlio di “don” Vito Atria, personaggio di rispetto a Partanna come chiunque abbia odore di “mafioso”.

Nel 1985 Piera accetta la proposta di Nicola di sposarsi, sia pure dopo tre anni di un fidanzamento ricco anche di litigi perché il giovanotto è disinvolto con le ragazze, la tradisce più volte, ma il padre lo difende: «Piera, dov’è il problema? Alla fine Nicola torna sempre da te», ferendo con queste parole il carattere della giovane, che è fiera e non si lascia impressionare dai prepotenti. Si sposano il 9 dicembre, ma mentre sono in viaggio di nozze a Madrid li raggiunge la notizia che “don Vito” è stato assassinato con un colpo di fucile mentre lavora da solo in campagna.

La tragedia sconvolge la vita della coppia, perché presto Piera si rende conto che il marito desidera solo una cosa, vendicare suo padre, e si circonda sempre più di amici “poco di buono”. Quando lei lo informa di essere incinta, Nicola le risponde: «Finalmente avrò un figlio maschio che seguirà le mie orme». Dentro di sé Piera rifiuta l’ipotesi, che giudica «senza senso», e avverte il bisogno di chiedere a Gesù una grazia: «Fa in modo che nasca una bambina, oppure privami della gioia di diventare mamma». Commette l’errore di confessarlo al marito, e questi esplode in una rabbia improvvisa e, si legge nel libro, «inizia a picchiarmi selvaggiamente». Qualche tempo dopo Nicola la avverte, davanti a un vecchio amico intimo del padre, che è stato deciso che «se nascerà un maschio sarà chiamato Vito», come il nonno, e «se sarà una femmina si chiamerà Giovanna», come la nonna. A quel punto Piera non esita più: «Io partorirò una bambina e si chiamerà Vita Maria». Ed è quanto avviene il 28 giugno 1988, all’ospedale di Salemi.

Poi le cose precipitano. Vanno ad aprire un bar a Montevago, e Piera decide di iscriversi a un corso per entrare nella polizia e liberarsi così dalla «morsa mafiosa. E come prima missione, quella di arrestare coloro i quali in questi anni hanno cercato di farmi vivere nell’ignoranza, l’humus della cultura mafiosa». Non ce la farà. Scopre che uno dei frequentatori del bar, soprannominato «il selinuntino», è conosciuto da molti a Partanna come il killer del suocero (per un compenso di 500 mila lire) e Nicola è sempre più ossessionato dal desiderio di vendetta. Invece di denunciare l’assassino ai carabinieri, come la moglie invano gli consiglia, si comporta come detta la “cultura mafiosa” e progetta di eliminarlo segretamente con l’aiuto di due amici.

L’attentato non riesce: gli sparano, ma il «selinuntino» sopravvive, e Nicola capisce che è lui, adesso, che può morire ucciso. Qualche anno prima aveva vinto un concorso per un posto di custode dei beni culturali, e lo avvertono che adesso un posto è libero a Ragusa, ma lui accetta invece di condividere con un amico la gestione di una pizzeria a Montevago. Ed è in quel locale che la sera del 24 giugno del 1991 il «selinuntino» e un complice entrano armati di fucili a canne mozze e Nicola è assassinato davanti alla moglie che invano cerca di lottare contro uno dei due, tenendogli l’arma stretta nelle mani.

Qui comincia la seconda vita di Piera Aiello. Una vita dominata dal desiderio di rendersi giustizia delle tragedie sofferte; una vita in cui entrano quattro personaggi di grande rilievo che le fanno da scorta nella missione che si è imposta: sottrarre per sempre sé e la sua bambina dai costumi perversi della mafia. Sono, nell’ordine, Paolo Borsellino, Rita Atria (la allora diciassettenne sorella di Nicola), Nadia Furnari (animatrice di un gruppo di donne siciliane antimafia) e don Gigi Ciotti, fondatore di «Libera».

Il magistrato palermitano, che sarà a sua volta ucciso dalla mafia l’anno dopo, è la più alta autorità civile che la accompagna nei primi passi da “collaboratrice di giustizia”. Nel culmine della propria disperazione, Piera comincia a riferire a lui le cose che ricorda, i nomi che conosce, e lui le costruisce intorno un ambiente incoraggiante, affidando durante i colloqui riservati la piccola Vita Maria a carabinieri e funzionari della Procura che la fanno giocare.

Un giorno particolarmente disperato per la giovane madre vedova, Borsellino, che lei chiama affettuosamente «zio Paolo», la porta davanti a uno specchio, e quando lei gli domanda: «Che futuro posso avere io?», le risponde: «Io vedo una ragazza che ha avuto un passato turbolento. Che però si è ribellata a questo passato che non ha mai accettato. Vedo una ragazza che ha un presente e avrà un futuro pieno di felicità. Non per altro: hai diritto ad avere felicità per tutto questo che stai facendo». Piera insiste: «Zio Paolo, mi devi fare una promessa: se mi succede qualcosa, se io muoio, prendi Vita Maria con te, portala a casa». E Borsellino, con un sorriso: «Non ti preoccupare, Piera, perché tanto ammazzano prima me». Il che avviene, come si sa, il 19 luglio 1992, appena qualche mese dopo quel colloquio e dopo l’assassinio di Giovanni Falcone, il grande amico e collega di Borsellino.

Ed è proprio a causa dell’attentato contro «zio Paolo» che la settimana successiva Piera, tornata per qualche giorno in Sicilia, apprende all’improvviso che la cognata Rita, con la quale conviveva da tempo a Roma, si è suicidata gettandosi dal settimo piano della sua abitazione. La tragedia assume qui, nel racconto del libro, toni biblici, altamente drammatici. Rita aveva accolto la scelta di Piera di lasciare la Sicilia e si era unita a lei nella lotta alla mafia in aperto conflitto con la madre che, benché vedova e privata di un figlio dagli “uomini d’onore”, aveva cercato in tutti i modi, anche violenti, anche pubblici, di dissuaderla, di accettare i costumi di una società che con Cosa Nostra non ha altro comportamento che quello del ginocchio appoggiato a terra, in obbedienza e “rispetto”. A un certo punto, dopo la fine di «zio Paolo», Rita si è sentita morire. E lo ha fatto.

Il libro si chiude con il seguito di una storia compatta e fedele al principio della giustizia da mettere al primo posto della coscienza di ogni cittadino per bene. Piera ha studiato, si è diplomata maestra, ha fatto istruire la figlia anche grazie all’onestà coraggiosa di un direttore scolastico che l’ha accolta quando doveva cominciare le elementari, ma non aveva ancora nessun documento ufficiale che documentasse chi era, come si chiamava, che erano i suoi genitori e dove abitava.

Piera si è risposata, dopo aver conosciuto un uomo al quale aveva raccontato tutto e che ha accettato di vederla partire di tanto in tanto da casa accompagnata da due carabinieri del servizio di protezione dei “collaboratori di giustizia”, fino a quando, nel 1997, non è uscita da quel programma. E la sua gioia più grande è stata quando ha potuto telefonare all’amica “segreta” Nadia Furnari: «Ho votato, ho votato!».

Nella bella postafazione del volume don Ciotti scrive a questo proposito: «E’ la gioia di avere finalmente in mano un documento d’identità, un “nome”. E’ la possibilità di poter votare, di sentirsi di nuovo una “cittadina italiana”. E’ la gioia di rimettersi a lavorare, di vedere Vita Maria crescere e studiare, d’incontrare un uomo di cui innamorarsi e con cui sposarsi una seconda volta. Ma è anche la voglia di proseguire la sua strada, alimentare quella coscienza critica e quella responsabilità che Piera vorrebbe vedere diffuse intorno a sé, a partire dai giovani, affinché la giustizia si regga sempre su singole scelte coraggiose e sempre più su un impegno quotidiano e collettivo. Cara Piera, aveva davvero ragione Paolo Borsellino quando incoraggiava quella giovane donna a resistere. Ragione nel prospettarsi una vita certo difficile, ma vera e intensa. Una vita viva».

Beppe Del Colle



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