Obama i suoi sogni e il mondo

 

Nel suo discorso di ringraziamento agli elettori che gli hanno assicurato altri quattro anni di presidenza degli Stati Uniti, Barack Obama ha parlato di un’America «generosa, compassionevole e tollerante», unita, consapevole dei suoi problemi, ma anche orgogliosa dei suoi sogni; e Mitt Romney, nell’accettare la sconfitta dal palco repubblicano di Boston, ha detto di «pregare» perché il vincitore «abbia successo».

Sarebbe eccessivo prendere questi due esempi di linguaggio politico in un momento di particolare emozione personale per entrambi, come l’immagine simbolicamente doppia di un unico valore comune, la democrazia. Ma la tentazione esiste. Il mondo, tutto il mondo, quello “avanzato” e quello ancora povero e in via di difficile sviluppo, deve poter avere fiducia  nell’America uscita martedì notte dal conflitto elettorale, un  Paese che crede ancora in sé stesso, sebbene non abbia più molto da invidiare al resto della Terra, con un deficit pubblico pari a circa l’8 per cento del suo prodotto interno lordo (l’Italia è “appena” al 3 per cento) milioni di disoccupati, e così via.

Le elezioni del 6 novembre 2012 hanno confermato ancora una volta che l’America è un Paese “diviso”. Ma nel 1960 John Fitzerald Kennedy vinse su Nixon con appena lo 0,1 per cento in più di voto popolare; Barack Obama è il primo nero eletto alla Casa Bianca, ed è anche uno dei presidenti più giovani nella storia degli Usa; ma Kennedy era il primo cattolico (un’altra importante anomalia nordamericana) e aveva passato quella soglia a 43 anni, un primato.

Così Obama non è certo il primo presidente degli Stati Uniti che si trova a operare in un mondo a sua volta straordinariamente diviso, sia in politica sia in economia sia in cultura. Franklin Delano Roosevelt raccolse l’America nel pieno della crisi socio-economica aperta nel 1929 e mentre in Europa diventavano onnipotenti le antidemocrazie, il fascismo, il nazismo, il comunismo e maturavano i tempi del secondo conflitto mondiale: e non se la cavò certo male.

Romney ha portato con sé l’America del business capitalistico individualistico conservatore, e il Sud contro il Nord e l’Ovest operaio e intellettuale, che è rimasto fedele (sia pure in misura inferiore rispetto al 2008) a Obama; il quale, dal canto suo, ha saputo cogliere l’aspirazione dei latinos immigrati alla nazionalizzazione, mentre ha conservato nella campagna elettorale la necessaria prudenza nel rivolgersi alla minoranza di pelle a cui appartiene, in una società “bianca” in cui non è ancora scomparsa la tentazione del razzismo.

Adesso ha davanti a sé quattro anni di lavoro in cui non dovrà cercare troppi compromessi di tipo politico, perché non potrà più essere rieletto; avrà con sé il Senato, ma non la Camera dei rappresentanti; dovrà far uscire il Paese dalla guerra in Afghanistan e dalla crisi economica; cercherà nuovi equilibri nei rapporti con l’Europa, il Medio Oriente (fra Israele e Palestina, più Siria e Iran) e l’Asia (la Cina e l’India “emergenti” e creditori finanziari degli Usa). Ma siccome i suoi “sogni” sono anche le speranze del resto del mondo, tanti auguri, presidente.

Beppe Del Colle

 



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