La crescita: sintomi e condizioni

 

Il dato delle elezioni siciliane ha dato conferma di quella che era ormai più che un’impressione, ovvero della sfiducia più che della disaffezione degli elettori nei confronti dei potenziali governanti; sfiducia alimentata dalla convinzione che chiunque venisse eletto avrebbe finito col fare più o meno le stesse cose senza generare davvero condizioni di progresso e di miglior benessere per tutti.

I recenti scandali sintetizzabili nella destinazione delle risorse pubbliche alla sfera privata hanno inoltre generato una vera reazione di rigetto; né ha contribuito a migliorare le cose l’apparire di sedicenti moralizzatori, incapaci di indicare proposte concrete e percorribili. In queste condizioni il governo in essere, primo dopo lunghi anni a entrare nel vivo dei problemi e a chiarire lo stato delle cose agendo concretamente per cambiarle, si trova ad affrontare un crescente immeritato malcontento da parte di quanti avrebbero preferito ricevere rassicurazioni verbali, infondate perché sostenute di fatto dall’indebitamento pubblico e non dalla produzione reale.

E’comprensibile che di fronte alla politica di rigore posta in essere e perseguita per riportare ad un livello di accettabilità i conti pubblici nel sistema economico europeo, si invochi da più parte una crescita in grado di generare risorse nuove con le quali allentare la dura vicenda di quanti non sono più in grado di condurre un’esistenza decorosa. La giusta aspirazione di quanti la invocano ha condotto in diversi casi a considerare l’azione di risanamento in termini antitetici e ad attribuire ad essa la recessione nella quale l’economia italiana ed europea è calata. Non mancano esponenti di partito che nell’ottica delle future e non lontane elezioni, non esitano a porre e ad alimentare la contrapposizione quale mezzo per acquisire facili consensi. In realtà la necessità di promuovere lo sviluppo è ben presente in chi governa il Paese e, paradossalmente, con il rigore perseguito sta proprio operando in tale direzione: il lettore di questo giornale ricorderà che il punto fu trattato qualche tempo fa, spiegando che in assenza di interventi, in grado di abbassare il famoso differenziale dei tassi, è praticamente impossibile destinare risorse agli investimenti e quindi agire per generare i desiderati e condivisi miglioramenti.

La domanda ricorrente, dopo quasi un anno di severità di interventi, verte allora sul perché la crescita non è ancora iniziata. L’interrogativo, certamente sensato, non tiene conto né delle scelte già operate, diverse dal rigore, che pongono concrete premesse affinchè l’economia possa decollare. Tali lo sblocco di cantieri fermi da anni, la destinazione, nei termini possibili date le limitate risorse finanziarie esistenti e disponibili, di fondi alla costruzione di infrastrutture che non solo possono per se stesse generare posti di lavoro, beninteso in termini graduali e limitati, ma creano le condizioni perché il nuovo decollo dell’economia non sia frenato da ostacoli e impedimenti. Senza cedere a facili e illusori ottimismi occorre pur dire che anche in questo momento l’economia italiana, per quanto caratterizzata da un Prodotto interno lordo in recessione, non è alla deriva. Le imprese che hanno contatti con i mercati stranieri registrano buoni aumenti in termini di esportazioni, a testimonianza della validità di quanto è materia della loro offerta. In questa direzione è onesto sottolineare questi primi sintomi che autorizzano a sperare di uscire finalmente dal tunnel nel quale ci si trova.

D’altro canto la crescita non può avvenire premendo un interruttore; essa deve scontare i tempi necessari affinchè il risanamento perseguito si materializzi in concreto, possa essere percepito dai mercati e produca i suoi effetti. Non si tiene poi sufficientemente conto dell’impossibilità di fare ripartire un processo praticamente assente da almeno una quindicina di anni, impedito da gravi insufficienze strutturali. Sono tali la mancanza di impegno nella ricerca, la scarsità di servizi adeguati alle esigenze delle imprese, l’insufficiente adeguatezza dei trasporti, il costo dell’energia sensibilmente più elevato di quello sostenuto nei Paesi con i quali si dovrebbe competere, l’inadeguata diffusione della possibilità di gestire l’informazione, la rigidità del mercato del lavoro a fronte delle necessità di cambiamento, la drammatica lentezza della giustizia, la finanza spesso poco attenta alle potenzialità dello sviluppo e in ogni caso costretta, al sostegno delle emissioni del debito sovrano. L’elenco, non certo esaustivo, testimonia la necessità di numerose riforme, come il presidente del Consiglio ancora recentemente ha sottolineato, chiarendo che esse saranno compito del prossimo governo politico subentrante.

Il problema, ben chiaro a chi considera seriamente lo stato delle cose, sta allora nell’effettiva determinazione di quanti saranno nella condizione di affrontarlo. Una difficoltà ulteriore potrà derivare dal tipo di attenzione che ciascun eletto intenderà porre al consenso del proprio collegio; consenso al quale è legata la propria continuità di azione nell’ambito politico. Non ci si può nascondere la delicatezza di un’azione che deve riuscire a saldare l’interesse del Paese, anche assumendo decisioni impopolari e amare, con l’esigenza di riuscire graditi a coloro dei quali si cerca il consenso. In questo senso la politica diviene un’arte che deve trovare la sua radice e la sintesi nel duro lavoro di persuasione delle persone con le quali ci si deve rapportare. E’ da credere che l’elettorato sia capace di comprendere le scelte che possono derivare da questa linea di azione, a condizione che la comunicazione delle stesse sia motivata e franca e soprattutto sostenuta da comportamenti assolutamente corretti e rivelati da una totale trasparenza dell’attività svolta. E’ da sperare che la brutta crisi abbia avuto almeno questo effetto benefico, di ridonare cioè alla politica il senso nobile del suo esplicitarsi come è già avvenuto in anni molto difficili nel superamento dei quali il Paese si scoperto migliore e ha ottenuto positivi e impensabili risultati.

Giovanni Zanetti

 



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