Il terremoto siciliano e Berlusconi

 

Una diserzione di massa dalle urne. L’elezione di Rosario Crocetta, già sindaco di Gela e deputato europeo, a governatore della Sicilia, ma con poco più del 30 per cento dei voti confluiti sul candidato della coalizione Partito democratico-Unione di centro.

Il boom del movimento Cinque stelle di Beppe Grillo, che con il 14 per cento si colloca al primo posto nella classifica dei partiti. Tre atti di un terremoto politico che non si esaurisce nei confini dell’Isola, ma che potrebbe ripetersi (anche se non nelle stesse modalità) a livello nazionale nelle ormai vicine elezioni politiche.

Anche Berlusconi ha affidato ad una recita in tre atti il suo giudizio sulla situazione del Paese. Il 25 ottobre, giovedì, annunciava che avrebbe fatto per il bene dell’Italia un passo indietro non presentandosi alle politiche e lasciando ad altri la guida del partito (fissando addirittura le primarie tra i candidati per il 16 dicembre). Il giorno dopo, venerdì, dopo la condanna da parte del Tribunale di Milano a quattro anni di carcere per evasione fiscale, reagiva duramente parlando di «sfregio» compiuto dai magistrati nei suoi confronti e di sentenza «da Paese barbaro», mentre cominciavano ad alzarsi le voci dei suoi sostenitori che lo invitavano a non ritirarsi dalla lotta elettorale. Sabato 27 il Cavaliere confermava di non volersi candidare per Palazzo Chigi, ma che sarebbe ritornato in campo per riformare la giustizia. Ma soprattutto Berlusconi prendeva le distanze dal governo Monti per la «spirale recessiva» presente nelle sue misure e lasciava intravedere l’eventualità di ritirare la fiducia all’esecutivo.

Parole che spaccavano il Popolo della libertà, indebolivano il segretario Alfano nella sua corsa alle primarie per il timore che queste parole in libertà dell’ex presidente del Consiglio avrebbero potuto indebolire i mercati (cosa che si è puntualmente verificata nella giornata di lunedì 30) A preoccupare soprattutto i suoi compagni di partito sono stati i toni populisti e demagogici con i quali ha pronunciato la sua filippica. Tanto da far scrivere a un osservatore attento della politica italiana come Sergio Romano che il Pdl «se vuol essere una forza politica nazionale deve prendere la distanze dal suo fondatore. Se riuscirà a sbarazzarsi del “padre” potrà aspirare alla conquista di una parte del voto moderato. Se continuerà ad essere il partito di Berlusconi, verrà inevitabilmente considerato uno strumento del suo conflitto d’interessi».

Il voto siciliano aggiunge ora altro olio sul fuoco delle polemiche in un partito che, al di là della sconfitta subita domenica scorsa in Sicilia, sembra marciare senza alcuna bussola inseguendo i tanti venti che si levano nello scenario politico. Con freddezza il presidente Monti ha reagito da Madrid alla minaccia di Berlusconi di togliergli la fiducia, dichiarando che era cosa che non riguardava il suo governo, intenzionato ad andare avanti fino alle politiche del prossimo anno, ma il Cavaliere, se voleva, doveva assumersi la responsabilità di togliere la spina. Alfano dal canto suo ribadiva con forza che il Pdl non ha alcun interesse a far cadere l’esecutivo pur in presenza di una legge di stabilità con parecchi punti “spiacevoli” e affidava al partito il compito di definire in questa settimana le regole per le primarie alle quali avrebbe partecipato a pieno titolo.

Resta da vedere se Berlusconi accetterà di farsi da parte o se si intestardirà a voler essere ancora il “padre padrone” del partito. Ma resta il fatto che la leadership del Cavaliere è sempre più messa in discussione e che Alfano ha mostrato un’autonomia non da poco che potrebbe costituire un punto di partenza significativo per dar vita ad un centro-destra che non si affidi più alle sparate del suo fondatore. Tra l’altro nel centro-destra si muovono altri attori, dall’Udc ai movimenti di Montezemolo e Giannino, che, anche se divisi tra loro su non pochi aspetti, non sono insensibili a quanto potrebbe muoversi nel Popolo della libertà. Comunque si chiami. Soprattutto in presenza di una legge elettorale che continua a non venire alla luce con il rischio che si vada a votare con l’attuale porcellum.

Tornando alle elezioni siciliane, in una Regione tradizionalmente moderata la spaccatura del centro-destra con due candidati alla presidenza, Nello Musumeci, sostenuto dal Pdl e da altre formazioni della destra, e Gianfranco Miccichè del movimento Grande sud appoggiato anche dal partito del presidente uscente, Lombardo, ha portato alla sconfitta di entrambi e favorito oggettivamente il successo di Crocetta, che ha potuto contare non solo sul sostegno del suo partito, il Pd, da sempre debole nell’isola, ma anche in quello dell’Udc di Casini, che invece ha sempre registrato un sostanzioso radicamento nella Sicilia.

L’intesa di centro-sinistra realizzata nelle regionali di domenica scorsa sembra dare ragione a quanti vorrebbero trasferire questa coalizione a livello nazionale, anche perché accompagnata dalla secca sconfitta di Vendola e Di Pietro duramente critici sulla candidatura di Crocetta per il tipo di alleanza fatto. Sia Sinistra e libertà sia l’Italia dei valori non hanno raggiunto il quorum previsto dalla legge elettorale siciliana per avere propri rappresentanti all’Assemblea. Il risultato, a nostro giudizio, rischia però di incrinare non poco le aspirazioni del presidente della Puglia a correre nelle primarie del Pd. Non solo per l’esiguità dei consensi ottenuti dal suo partito, ma soprattutto perché non si può contestare i provvedimenti del governo Monti (proponendo anche referendum abrogativi) e candidarsi in un partito che, anche se criticamente, non giudica negativamente l’esperienza dell’esecutivo. Il populismo che certa sinistra persegue forse dovrebbe essere messo da parte. E il voto siciliano lo conferma.

Infine l’ottimo risultato del movimento Cinque Stelle indica che l’antipolitica che ha animato i ”grillini” comincia a trasformarsi in una proposta politica, certo ancora nebulosa ma che ora dovrà essere definita. Perché lo sbarco in Italia alle elezioni politiche annunciato dallo stesso Grillo, e che probabilmente sarà abbastanza consistente , specie se continuerà la diserzione dalle urne, dovrà essere riempito da un progetto che vada oltre gli slogan e il populismo ancora presenti nel movimento. Antonio Airò

 



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