Porte aperte ai sinti e rom

Vivono ai margini delle nostre città. In campi più o meno autorizzati, ben al di sotto della soglia minima di sussistenza. E sono una delle minoranze più grandi e discriminate d’Europa. Un popolo giovane e di vita breve, capro espiatorio da sempre, fino alle sterminio nazista del secolo scorso. Un piccolo popolo con molti bambini, che rivela la disumanità di una convivenza che vuol dirsi civile, ma lascia nella miseria più nera e nell’emarginazione più amara i suoi figli.

La loro ridotta aspettativa di vita in un Paese longevo come il nostro la dice lunga sulla loro povertà. Un popolo che assomma a sé forse come nessun altro mai tutte le povertà di cui parla il Vangelo di Marco: «Avevo fame, avevo sete, ero nudo, ero malato, ero forestiero, ero in carcere…».

Ai rom e ai sinti si è rivolto l’arcivescovo di Torino mons. Cesare Nosiglia con una lettera pastorale presentata mercoledì scorso al Seminario maggiore che fin dal titolo «Non stranieri ma concittadini e familiari di Dio» chiede diritti e integrazione. Una lettera coraggiosa che parla al cuore dei nomadi, ma si rivolge anche ai rappresentanti delle istituzioni politiche e civili. E, soprattutto, alle comunità cristiane della diocesi. Con una richiesta che abbatte il muro del pregiudizio, «Adottate una famiglia rom», rilanciata dalle agenzie di stampa e dai quotidiani locali e nazionali. Un «sogno» ha detto mons Nosiglia partito da una domanda: «Mi chiedo se tra voi non ci siano giovani, famiglie, sacerdoti, religiose, anziani che potrebbero adottare nell’amicizia fraterna una famiglia rom o sinti. Forse vivono proprio vicino a voi, ai confini delle vostre parrocchie. Forse sono lontani; ma si sa che i poveri non sono di nessuno: chiunque si può legare a loro…».

La Lettera è infatti la conclusione di un lungo percorso che ha visto l’arcivescovo di Torino impegnato in prima persona, fin dai primi mesi del suo mandato due anni fa, a fianco delle popolazioni rom e sinti. Nel giugno scorso ha visitato una sessantina di baracche di Korakanè e Daxikanè al campo nomadi di strada dell’Aeroporto, fermandosi a pregare con loro – cristiani, ortodossi, musulmani - e raccogliendo i disegni dei bambini orgogliosi di dire al vescovo «Vado a scuola». E viene presentata ad una Città che da sempre attraverso diverse associazioni - Aizo, Migrantes, Terra del fuoco, Comunità di Sant’Egidio, ognuna con le proprie sensibilità ed esperienze – ha costruito percorsi di integrazione e accoglienza. La Lettera pastorale è infatti accompagnata da un documento in cinque punti «Vogliamo vivere insieme» (vedi box a fianco) frutto della riflessione e del confronto tra la diocesi e le diverse realtà ecclesiali amiche di rom e i sinti.

Nella Lettera mons. Nosiglia si rivolge direttamente al popolo nomade chiedendo di «avere fiducia». «Conosco tanti di voi», scrive l’arcivescovo di Torino, «vi ho visitato nei campi dove vivete, vi ho incontrato in molte occasioni per le strade della nostra città. Ho nel cuore gli occhi di tanti uomini, donne e bambini e nella mia preghiera vi trovate tutti posti. Ma soprattutto vorrei dirvi che avete un posto nel cuore di Dio. Conosco le vostre sofferenze, le umiliazioni, le difficoltà, ma anche i vostri sogni, le vostre speranze, la fatica di raggiungere una vita migliore. Vorrei dirvi: abbiate fiducia». Insieme, dice mons. Nosiglia, è possibile rompere il circolo vizioso di pregiudizi, povertà, esclusione e violazione dei diritti umani, promuovendo solidarietà e fratellanza.

Il cammino della convivenza passa da qui: accesso all’istruzione, alla salute, alle opportunità di lavoro. Un progetto possibile, soprattutto a fronte di numeri che non hanno il sapore dell’emergenza e permetterebbero se ce ne fosse davvero l’intenzione di programmare serie politiche di integrazione. I rom e i sinti in Italia sono circa 170 mila, metà dei quali minorenni, pochi rispetto alla vicina Spagna che ne ospita tra i 650 mila e gli 800 mila, alla Bulgaria (fino a 900 mila) o all’Ungheria (i dati ufficiali parlano di 600 mila, ma si stima che siano quasi 1 milione). Le comunità maggiori vivono nelle grandi città, da Roma a Milano, passando per Napoli e Torino. Nessuna emergenza, dunque. Ma dicono le associazioni c’è bisogno di progetti di inclusione sociale. Tre le parole d’ordine della Lettera: integrazione per scongiurare il ghetto; scuola e formazione contro il rischio emarginazione; occupazione per combattere delinquenza e violenza.

Mons. Nosiglia nel segno di quella prossimità che si fa fratellanza non si rivolge solo alle istituzioni («Sapremo garantire diritto e dignità a questa minoranza di cittadini europei? Non dite che sono tempi difficili per tutti e non ci sono risorse, perché i rom e i sinti sono in crisi da sempre, anzi, da prima…»), ma chiede a ciascuno di fare qualcosa. «Forse qualcuno scoprendo di avere più risorse di quelle che immaginava potrebbe mettere a disposizione un piccolo alloggio, qualcun altro potrebbe offrire un lavoro part time, un altro potrebbe sostenere l’impegno scolastico dei più giovani. Potremmo condividere le feste e le sofferenze, come si fa in famiglia. Forse sogno, o forse no: questo è il sogno di Gesù».

Non più campi, dice mons. Nosiglia. Non più miseria. Ma legami di famiglia, solidarietà concreta, fraternità semplice. «Perché il Signore Gesù è nato in una baracca per animali come un rom sul Lungo Stura a Torino, è sfuggito alla persecuzione omicida come un rom ai campi di sterminio nazisti; non aveva una pietra su cui posare il capo come un rom della Continassa, è morto appeso ad una croce come un malfattore, non tanto diverso da un rom in carcere». Si tratta, scrive l’arcivescovo di Torino, di coltivare il «coraggio del futuro»: «Non temiamo di gettare nuovi semi di un futuro in cui rom e sinti possano vivere insieme: saranno casa, opportunità di lavoro, salute e istruzione per qualcuno per arrivare a tutti. Non temete la sproporzione tra i mezzi e le necessità: la solidarietà dei cittadini sopperirà a quello che manca». Chiesa di Torino e cittadini di Torino «non abbiate paura», scommettete sui vostri fratelli, siamo tutti figli di Dio.

Il futuro dei rom e dei sinti è la fraternità. Mons. Nosiglia nella Lettera dà infatti indicazioni pastorali specifiche. Alle realtà associative cattoliche e cristiane e anche ai pope della Chiesa ortodossa chiede di avviare un dialogo per costruire insieme ai bambini e ai ragazzi il catechismo dei rom e dei sinti. Come studiano a scuola tante materie, italiano, matematica, storia e geografia, è giusto che possano imparare insieme a conoscere la storia biblica, quella di Gesù e delle rispettive Chiese. Ai parroci, ai sacerdoti e ai diaconi mons. Nosiglia raccomanda di educare le comunità sia cristiane che civili all’accoglienza, promuovendo anche un servizio di volontariato e avviando un doposcuola per ragazzi in difficoltà. Alle scuole di formazione professionale chiede di accogliere i ragazzi e le ragazze nomadi perché si preparino al futuro lavoro. Alle scuole superiori e all’Università l’avvio di borse di studio. Agli oratori e alle scuole, cantieri privilegiati per sperimentare l’incontro e l’amicizia, con fiducia e speranza. Ai ragazzi della scuola infine di aiutare i loro compagni rom e sinti a imparare la nostra lingua, aiutandoli e sostenendoli nella lettura e nella scrittura. Come dire, studiare insieme significa crescere insieme. Aprire le porte ai rom e ai sinti significa aprire le porte a Cristo.

Cristina MAURO



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