I Papi della memoria

 

Tema di questa bella piccola mostra che si tiene a Castel Sant’Angelo sono i rapporti fra arte, cultura e papato lungo i sette secoli compresi fra il 1300, anno del primo Giubileo indetto da Bonifacio VIII, e l’ultimo dell’anno 2000.

Il profilo che viene fuori di alcuni di questi «papi della memoria» è quello di pontefici che seppero dare un’impronta storica e artistica alla città di Roma e con essa, di riflesso, alla cristianità del loro tempo. Le molte opere presentate, provenienti da molti musei della Penisola (ma la parte del leone la fanno i Musei vaticani) individuano lo specifico delle varie epoche, dal Medioevo al Rinascimento, dalla Controriforma fino ai nostri giorni. Ed è proprio con le memorie del Medioevo che ha inizio la mostra. La bella vetrata di un maestro abruzzese riporta l’effigie di Celestino V, il dantesco Papa del gran rifiuto. Del suo successore, il temibile Bonifacio VIII è in mostra la pergamena originale con la lettera a tutta la cristianità, del 22 febbraio 1300, con la quale indice il primo Giubileo della storia. Inoltre il suo busto marmoreo, opera di Arnolfo di Cambio, ha un’espressione ieratica e al tempo stesso permeata da un vigoroso senso del comando. Preziosi sono i piviali e le pianete di velluto operato con seta e oro di Nicolò V e strepitoso l’angelo musicante, frammento di affresco staccato di Melozzo da Forlì, proveniente dall’abside dell’antica basilica dei Santi Apostoli. Superbo è il busto in bronzo dorato di san Rossore di Donatello, trafugato come diverse altre opere in mostra e recuperato in modo rocambolesco dalla Guardia di finanza. La ventata dell’umanesimo origina ritratti come quello di papa Martino V, di anonimo pittore, datato 1417. Fu un Papa importante: la sua elezione pose fine di fatto allo scisma di Avignone. Martino V, della potente famiglia Colonna, ristabilì la sede papale a Roma,  iniziò il restauro delle vestigia antiche e iniziò l’abbellimento dell’Urbe che si era ridotta a una modesta città medioevale. Inizia poi la grande stagione rinascimentale, un vero paradigma degli interventi di tutti questi «papi della memoria»: pontefici che si posero come guide spirituali, ma anche come promotori culturali del bello, spesso nella accezione scolastica di «splendore del vero». La statuaria antica viene nel percorso della mostra riecheggiata da alcuni busti come quelli degli apostoli Pietro e Paolo che richiamano la scultura classica. Nelle bacheche importanti documenti attestano il lavoro e i progetti di grandi artisti attivi nella Roma cinquecentesca. Notevoli quelli di Michelangelo, come «Lo studio per la tomba di Giulio II» (1517), o l’autoritratto con sonetto autografo nell’atto di dipingere la volta della Cappella Sistina. Ed ecco lo strepitoso ritratto di Clemente VII, di Sebastiano del Piombo, l’espressione dura e malinconica del Papa che subì nel 1527 il «sacco di Roma» da parte dei Lanzechenecchi. Dopo questa frattura traumatica riprenderà il restauro e l’abbellimento delle chiese antiche, il collezionismo di opere d’arte, la committenza che renderà man mano la Città eterna un faro di civiltà e di bellezza. Nella Roma della Controriforma il potere papale nel riaffermare il primato del Pontefice romano come successore di Pietro darà anche impulso alla scienza. Ecco i preziosi strumenti scientifici in bacheca: l’astrolabio, le sfere armillari e il sestante, strumenti astronomici, segno del fervore scientifico dell’urbe, prezioso prologo della stagione delle scoperte astronomiche di Galileo. Esplode in tutta la sua forza l’arte barocca che vedrà in Roma il suo centro propulsore. Un’arte del movimento, del colore, dell’energia e della glorificazione del Creato non senza degli eccessi come la glorificazione mondana della Chiesa stessa. Strepitoso è il busto marmoreo di Urbano VIII Barberini di Gianlorenzo Bernini (1640) e non da meno quello di Innocenzo X Pamphili (1650) di Alessandro Algardi. Fra i ritratti dipinti spiccano quelli di Clemente IX Rospigliosi di Giambattista Gaulli detto «il Baciccio» (1667) e quello famoso, settecentesco, di Benedetto XIV Lambertini, il Papa erudito e riformatore, di Giovanni Paolo Panini (1752). Tra le opere d’arte contemporanee che chiudono la mostra di questa committenza dei pontefici lungo i secoli sono il ritratto bronzeo di Giovanni XXIII di Manzù e il bozzetto in bronzo della Resurrezione di Pericle Fazzini, che diventerà l’opera d’arte più significativa delle Sala delle Udienze in Vaticano voluta da Paolo VI. Un lungo percorso tra arte e fede, quasi un connubio naturale voluto da papi che seppero impreziosire con la loro committenza il cammino della Chiesa. La mostra «I papi della memoria» è aperta fino all’8 dicembre, a Castel Gandolfo, Museo nazionale (lungotevere Castello 50), a Roma. Orario: da martedì a domenica, dalle 9 alle 19. Lunedì chiuso. Ingresso: 7 euro. Info, www.castelsantangelo.beniculturali.it.

Luca Desiato                                                                 



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