La pace, sola speranza

 

La pace, il dialogo, la convivenza, la fede che si oppone alla morte, il fondamentalismo islamico che pregiudica i rapporti tra i fedeli delle varie religioni e in particolare tra musulmani e cristiani, ma anche con gli ebrei, i seguaci delle tre grandi religioni monoteiste. Su questi temi non si è stancato di esortare, di incoraggiare, di chiedere, di fare appello forte e accorato papa Benedetto XVI in tutti i momenti e in tutti gli incontri, con cattolici anzitutto, con cristiani di varie confessioni e di vari riti, nei tre giorni del suo viaggio apostolico in Libano.

Missione di pace. Lo ha dichiarato subito all’arrivo a Beirut. «Vengo in Libano come pellegrino di pace, come amico di Dio, e come amico degli uomini». Così si è presentato in quella specie di Svizzera neutrale, ma non isola felice, terra di cristiani e di cattolici di vari riti, circondata da stati e popoli in perenni conflitti e guerre tra loro, un catino bollente oggi più che mai. Si è subito appellato a Qualcuno in alto, a Cristo. «Vi do la mia pace», dice Cristo. Una visita non limitata al piccolo Stato. Allarga lo sguardo Benedetto. «Al di là del vostro Paese, vengo oggi idealmente anche in tutti i Paesi del Medio Oriente come pellegrino di pace, come amico di Dio, e come amico di tutti gli abitanti di tutti i Paesi della regione, qualunque sia la loro appartenenza e il loro credo». Anche a loro Cristo dice: «Pace». Lo ha scritto in arabo nei suoi fogli e lo dice in arabo. Aggiunge: «Le vostre gioie e i vostri dolori sono continuamente presenti nella preghiera del Papa e chiedo a Dio di accompagnarvi e di consolarvi. Posso assicurarvi che prego particolarmente per tutti coloro che soffrono in questa regione, e sono molti». E si appella anche a un santo di questa terra libanese, la cui statua è sta innalzata in Vaticano. «La statua di San Marone mi ricorda ciò che vivete e sopportate».

Viaggio apostolico straordinario, dunque, questo ventiquattresimo di Benedetto, proprio mentre nuovi disordini e scontri sono scoppiati nei Paesi musulmani, dalla Libia all’Egitto, a causa, come ultima scintilla, del film dissacrante su Maometto prodotto negli Stati Uniti da un cristiano copto, e mentre dappertutto i cristiani vengono perseguitati e uccisi e dalla Siria c’è un flusso ininterrotto di profughi. Un viaggio difficile? Pericoloso? «Per nessuna ragione avrei rinunciato», dichiara ai giornalisti già sull’aereo. E come per miracolo in quei tre giorni che passa a Beirut e nella residenza patriarcale di Harissa, in mezzo a folle plaudenti ed entusiaste, sembra che i furori si plachino. A Beirut non ci sono solo il presidente della Repubblica Michel Sleiman, il premier, ministri e notabili, i patriarchi, i vescovi, i religiosi e le religiose, i rappresentanti delle 18 confessioni religiose, fra cui l’islam e l’ebraica, ma soprattutto la gente, La gente comune. Tanta gente.

Eccezionali misure di sicurezza erano state prese. Ma si sono rivelate limitative rispetto al desiderio della gente di vedere più da vicino il Papa. Così con intelligenza sono stati allentati i cordoni. E allora si è visto un popolo in letizia ai lati del percorso della Papamobile, un agitare di bandiere e bandierine, la scorta dei cavalli, rappresentanze affiancare, precedere e seguire l’auto. Si sono viste anche donne col chador e col burka. Fra le bandiere, anche quella di Hezbollah, “il partito di Dio”. Insomma, qui nessuna contestazione, nessun annuncio polemico, niente da discutere e dirimere, come era avvenuto in altri viaggi, nel Regno Unito come negli Stati Uniti, in Germania come in Messico. Una bella missione, questa dell’ottantacinquenne Pontefice che non si stanca di predicare la fede in Dio, da cui nasce la pace tra i popoli. Popoli che avrebbero molto da insegnare ad altri, se non fosse che qui le guerre sono purtroppo guerre di religione.

Come sempre la messa domenicale a Beirut è stato il momento conclusivo: un vero spettacolo di umanità e di fede, lì di fronte al mare, il Waterfront, lo spazio costiero creato con le macerie dei palazzi distrutti durante la guerra degli anni Ottanta. A parteciparvi più di 350 mila persone, divisi in due schiere, cappellini bianchi, le signore velate, e i concelebranti attorno ad un grandioso palco, cori, strumenti a corda e a fiato, solisti lirici, soprano e tenore, ad accompagnare i passaggi liturgici più solenni. E centinaia di sacerdoti a distribuire la Comunione. Il Papa è arrivato salutando la folla da bordo della Papamobile. Con lui il patriarca dei cattolici maroniti libanesi. Presente alla messa anche il presidente della Repubblica. Nell’omelia, prega il Signore, dice, perché «dia a questa regione del Medio Oriente dei servitori della pace e della riconciliazione, perché tutti possano vivere pacificamente e con dignità».

I cristiani devono dare qui una «testimonianza essenziale, in collaborazione con tutte le persone di buona volontà. Vi chiamo tutti ad operare per la pace. Ciascuno al proprio livello e là dove si trova». Ha esortato a sostenere i poveri e ha dato atto che i cristiano soffrono «nel corpo e nel cuore», ma «la vostra sofferenza non è vana. Cristo Servo si fa vicino a tutti coloro che soffrono. È presente accanto a voi. Possiate trovare sulla vostra strada fratelli e sorelle che manifestano concretamente la sua presenza amorevole che non può abbandonarvi». L’auspicio e l’incoraggiamento è che «il Vangelo continui a risuonare in queste terre». È stata la sua conclusione. E al termine della messa ha consegnato l'Esortazione apostolica «Ecclesia in Medio oriente», documento conclusivo del sinodo dei vescovi per il Medio oriente svoltosi in Vaticano nel 2010, anche al presidente della Repubblica.

Subito dopo, per il fuso orario che è di un’ora avanti al nostro, il Papa ha recitato l’Angelus e ha rivolto un ultimo appello affinché «tacciano le armi». Appello anche per Siria e Paesi vicini, alla comunità internazionale e ai Paesi arabi affinché propongano «soluzioni praticabili che rispettino la dignità di ogni persona umana, i suoi diritti e la sua religione». Sempre all’ Angelus implorato per Siria e Medio Oriente il dono della pace e il «silenzio delle armi». «Voi conoscete bene, ha detto il Papa, la tragedia dei conflitti e della violenza che genera tante sofferenze. Purtroppo, il fragore delle armi continua a farsi sentire, come pure il grido delle vedove e degli orfani. la violenza e l'odio invadono la vita e le donne e i bambini ne sono le prime vittime». Perché, si chiede il Papa, «tanti orrori» e «tanti morti»?. Un drammatico interrogativo che attende una risposta.

Nel corso della visita, Benedetto XVI ha avuto un incontro con i leader religiosi musulmani e cristiani libanesi al palazzo presidenziale di Baabda a Beirut. Il Gran Mufti Sheikh Mohammed Rashid Qabbani, rappresentante dei musulmani sunniti di nomina governativa, ha consegnato all'inizio dell'incontro al Papa una lettera di benvenuto. Incontri anche con il presidente Michel Sleiman, cattolico maronita, con il presidente del parlamento Nabih Berri, musulmano sciita, e con il primo ministro Najib Miqati, musulmano sunnita. Per lui anche una danza araba di uomini e bambini in abiti tradizionali. Ai membri del governo e del Parlamento ha detto che «bisogna bandire la violenza verbale o fisica. E' sempre un attentato alla dignità umana, quella dell'autore come quella della vittima». E ha aggiunto: «Il credente autentico non può condurre alla morte. I credenti hanno sempre un ruolo essenziale, quello di testimoniare la pace che viene da Dio e che è un dono». L'inazione degli uomini di bene non deve permettere al male di trionfare. E' peggio ancora di non far nulla. «Se vogliamo la pace, difendiamo la vita. Questa logica squalifica non solo la guerra e gli atti di terrorismo, ma anche ogni attentato alla vita dell'essere umano, creatura voluta da Dio».

«La libertà religiosa ha una dimensione sociale e politica indispensabile alla pace. Essa», ha continuato Ratzinger, «permette una coesistenza e una vita armoniosa attraverso l'impegno comune al servizio di nobili cause e attraverso la ricerca della verità che non si impone attraverso la violenza». In Libano cristiani e islamici «abitano lo stesso spazio da secoli» e «non è raro che in una stessa famiglia ci siano due religioni. Se in una famiglia ciò è possibile, perché non sarebbe possibile a livello dell'insieme della società? La specificità del Medio oriente si trova nel miscuglio secolare di componenti diverse».

Antonio Sassone

 


SIR | Avvenire.it | FISC

PRELUM Srl - P.I. 08056990016