La lezione dell'Alcoa

Adesso dicono che c’era da aspettarsela la manifestazione di lunedì scorso a Roma davanti al ministero dello Sviluppo economico, durata per ben diciassette ore, con molti scontri fra la polizia e circa cinquecento dipendenti dell’azienda americana Alcoa, produttrice di alluminio sita a Portovesme in Sardegna: risultato finale, venti feriti, di cui quattordici manifestanti e sei agenti.

C’era da aspettarsela, abbiamo detto, ma non cambia nulla: e c’è da aspettarsi, d’ora in avanti procedendo verso l’autunno, una serie di avvenimenti del genere, visto che al ministero dello Sviluppo giacciono da mesi 161 dossier su aziende in crisi, con decine di migliaia di dipendenti già in cassa integrazione o comunque a rischio di perdere il lavoro.

Ci sono punti di vista diversi, per trattare una questione così scottante e complessa. Il primo, più immediato e più evidente, è il tentativo di risolvere il problema dell’Alcoa attraverso la cessione dello stabilimento di Portovesme da parte della società multinazionale americana, che fra l’altro sta chiudendo tutti quelli che possiede in Europa per concentrare la produzione metallifera in un’iperfabbrica in Arabia Saudita, dove il costo del lavoro è molto inferiore, soprattutto riguardo alle tariffe elettriche.

Alcoa Trasformazione (questo è il nome della controllata italiana della società di Pittsburg) dopo gli effetti della proibizione dell’Ue circa le agevolazioni fino a qualche tempo fa consentite all’Italia proprio sui costi dell’energia, stava perdendo fra gli 80 e i 100 milioni di euro l’anno. In lizza per l’acquisto ci sarebbero (il condizionale è d’obbligo) due imprese svizzere, la Glencore e la Klesch, che si sarebbero fatte avanti. La prima vanta un fatturato annuo di 186 miliardi di dollari per la produzione di minerali e metalli, fonti energetiche e prodotti agricoli, con un utile di 4,27 miliardi di dollari; la seconda è di dimensioni più ridotte, per un fatturato di circa 5 miliardi di dollari, ed è specializzata nella produzione di alluminio e nella raffinazione del petrolio. Entrambe sono a contatto da tempo sia con la Regione Sardegna sia soprattutto con il governo dei tecnici, ma fino a martedì mattina 11 settembre è mancata una risposta alle domande che hanno posto all’Italia circa le condizioni di favore che si attendono per concludere positivamente l’operazione di subentro alla multinazionale americana. Condizioni che, dopo la misura abrogativa presa dall’Unione europea di cui abbiamo fatto cenno prima, non potrebbero più essere concesse. 

La Alcoa, per dimostrare un po’ di buona volontà nel venire incontro ai desideri dei suoi dipendenti, ha rinviato a fine novembre la chiusura di Portovesme, prevista finora per ottobre. Il ministro dell’Economia Passera ha dichiarato più volte negli ultimi giorni che il caso, di cui si occupa in prima persona da tempo, non è secondo per lui «impossibile»: più in là non si spinge il suo fragile ottimismo.

Un secondo punto di vista è quello concreto del ministro degli Interni, Anna Maria Cancellieri, la quale sembra determinata a cominciare a considerare la possibilità che gli incidenti di lunedì a Roma non siano che il preludio di una situazione in fieri, in cui la preoccupazione di migliaia di persone sul punto di perdere il lavoro possa ricevere l’appoggio e l’impegno diretto di gruppi di anarcoinsurrezionalisti, come quelli che operano da mesi in Valsusa contro i cantieri della Tav. La Cancellieri si è detta pronta a cogliere anche il minimo segnale per evitare che «i violenti possano prendere il sopravvento su chi invece ha il pieno diritto di manifestare il proprio dissenso e lo fa pacificamente». A Roma non sembra che lunedì abbiano agito «violenti» di questo genere, ma il pericolo è evidente.

Un terzo punto di vista è di natura più specificamente politica. Il notista Massimo Franco ha osservato sul «Corriere della sera» di martedì che «nessuno sembra in grado di intercettare e incanalare la rabbia, né di darle una risposta. L’insofferenza nei confronti dell’intero sistema partitico accentua una sensazione di impotenza e di rabbia». Al punto che durante gli scontri di Roma é stato preso d’assalto, costringendolo alla fuga, il responsabile economico del Partito democratico, Stefano Fassina, certo non tenero con il governo Monti e ideologicamente vicino alla protesta operaia.

L’episodio è in un certo senso esemplare: chi cercasse approssimazioni storiche con la situazione del Sessantotto, in Italia e in tutto il mondo occidentale, sbaglierebbe di grosso. Oggi non c’è in campo nessuna ideologia di natura marxista-rivoluzionaria, né tantomeno l’Occidente deve preoccuparsi di un nemico che non c’è più, l’Unione sovietica, possibile alleato delle rivolte operaie di allora. La Fiat che aveva a quei tempi più di centomila dipendenti, oggi non ne ha a Mirafiori più di cinquemila, per lo più da mesi in cassa integrazione: gli storici ci diranno se sia ancora possibile parlare oggi di classe operaia.

Infine, resta il punto di vista strettamente economico di un problema grave e complicato in cui si mescolano l’aumento della disoccupazione, il calo del Prodotto interno lordo, lo spread variabile ma pur sempre pesante fra i nostri titoli di Stato e quelli tedeschi, la perdita di risparmio delle famiglie, molte delle quali non reggono alle spese necessarie ogni mese dalla terza settimana in poi, e rinunciano forzatamente agli acquisti dei beni durevoli, da cui nasce la crisi delle imprese che vi sono dedicate, e così via.

Le cronache finanziarie delle ultime settimane sono piene delle operazioni condotte da Mario Draghi, governatore della Banca centrale europea, in difesa degli Stati alle prese con la crisi dell’euro e della speculazione, ma a sua volta obbligato a non sottovalutare la resistenza sia della Banca centrale tedesca che del governo di Berlino a ogni manovra che prescinda in qualche modo dal “rigore” del tutto teutonico rispetto agli aiuti a questa o quella Nazione in difficoltà, dalla Grecia alla Spagna e forse anche dell’Italia.

Ma c’è un “ma” grosso come una casa davanti alla stessa  prospettiva germanica: come afferma un editoriale del Sir (il Servizio di informazione religiosa della Cei), «non è detto che ciò che si decide fuori dei confini nazionali sia sempre giusto ed efficace. I tedeschi premono soprattutto per imporre politiche di “rigore” sui conti pubblici dei Paesi scapestrati. Difficile però che alte tasse e zero investimenti pubblici favoriscano poi spettacolari riprese economiche con cui ripagare i prestiti (ricevuti dalla Bce, ndr)». E lo stesso Monti non è poi così convinto che la ripresa della crescita sia vicina, se lunedì scorso ha pronosticato che comunque avverrà dal 2013: «Questa è la mia attesa», ha detto. «La parte del programma del governo relativa all’austerità si ridurrà gradualmente». Parole pronunciate dal premier proprio lo stesso giorno in cui l’Istat faceva sapere che il Pil (il valore complessivo di tutti i beni prodotti dalle imprese italiane) è cresciuto tra aprile e giugno del 2012 del 2,6 percento in meno rispetto all’anno prima.

Per finire: non si può guardare solo al nostro Paese. La crisi dell’eurozona è a rischio politico incombente, a causa dei movimenti antieuro che esistono dappertutto. I risultati delle elezioni politiche di questa settimana in Olanda conteranno molto, per chi continua ad avere, giustamente, un punto di vista più “europeo” che nazionale su una situazione che continua ormai da quattro anni, senza che si veda una soluzione meno traumatica di quella denunciata lunedì dai dimostranti sardi a Roma.

A meno che non abbia infine ragione Prodi, che ha esposto sul «Sole 24 Ore» una propria opinione diretta di esperto di economia internazionale: anche la Cina si sta accorgendo che non le sarà facile continuare per troppo tempo a offrire posti di lavoro a costi stracciati alle imprese europee (e italiane) che intendono “delocalizzare” le proprie produzioni, e, contemporaneamente, a esportare in Europa prodotti made in China a prezzi bassi ma di pessima qualità e poca durata, scontando parallelamente un calo preoccupante dei consumi interni, per la povertà delle famiglie. Quel tempo in esaurimento non può tuttavia costituire già oggi una consolazione per quanti, da Portovesme in su e in giù lungo il territorio nazionale, soffrono perché perdono il lavoro, o lo perderanno in un prossimo “autunno caldo”, come ha previsto (poi correggendosi) il presidente di Confindustria, Squinzi.

Beppe Del Colle



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