Martini e il suo "sogno di Dio"

 

Aveva voluto incontrare studenti e professori, in tonaca, in clerygman, in giacca e cravatta, religiosi e laici, suore e signorine in pantaloni attillati e minigonne. Non in un luogo sacro, ma in un tempio della cultura religiosa, ora aperto anche alle scienze profane, l’Università Gregoriana, la più prestigiosa degli atenei pontifici dove si studia, e si è studiato, soprattutto teologia, la scienza di Dio.

Erano i giorni in cui papa Wojtyla era sì malato, ma sulla durata della malattia non si avanzava alcuna previsione. E il Conclave che avrebbe eletto il suo successore nella persona del cardinal Joseph Ratzinger-Benedetto XVI poteva apparire lontano. Il cardinale Carlo Maria Martini a quella data, nel 2005, aveva “solo” 78 anni.

La morte poteva aspettare. Lo avrebbe ghermito sette anni più tardi, il 31 agosto scorso. Particolari senza rilevante importanza. Ma forse non per tutti. Non per un biblista come lui, che al numero sette (Dio creò il mondo il sette giorni, il candelabro dalle sette braccia) non attribuiva certamente una valenza cabalistica, ma un valore simbolico. Anche al cardinale Achille Silvestrini, suo amico, iscritto dagli opinionisti nella cordata dei porporati innovatori o progressisti, quei numeri e quegli eventi dicevano qualcosa. Di qualche anno più anziano, Silvestrini non avrebbe avuto accesso al Conclave. «Ma Martini sì», diceva, «ha solo 78 anni».

Di fatto nel Conclave che si tenne da lì a qualche mese, Carlo Maria Martini ebbe un certo numero di voti, ormai è assodato, che pregò di dirottare sul candidato che sarebbe stato eletto, Joseph Ratzinger. Martini era pur sempre cardinale, ma aveva lasciato la guida dell’arcidiocesi milanese quando aveva compiuto 75 anni. Aveva incominciato a ritirarsi a Gerusalemme, città sacra e profetica per eccellenza. Ma di tanto in tanto rientrava a Roma. Andava ancora a tenere lezioni alla Gregoriana, dove era stato cattedratico e poi Rettore magnifico, percorso identico a quello compiuto all’Istituto biblico.

Quel giorno del 2005 aveva presieduto la Commissione per le lauree e a conclusione, in un convegno allargato, nell’Aula magna si sarebbe parlato di teologia e di filosofia, di Dio e dell’uomo. L’aula era gremita. Si attendeva l’arrivo di Martini in un’atmosfera di contenuto entusiasmo, in un’aura di fervida allegria spirituale, di misticismo, che in qualche modo si irradiava in quel sontuoso edificio nel cuore di Roma, sotto il Quirinale, tra Fontana di Trevi e piazza Venezia, nei grandi e luminosi saloni rinascimentali, tra colonne e scaloni di marmo, dove il gesuita Martini, torinese di nascita, aveva insegnato per anni prima di assumerne la guida come rettore. Poi, come è ben noto, avrebbe accettato la consacrazione a vescovo, la nomina del Papa per la guida della più grande diocesi italiana, quella di Milano, dove sarebbe entrato non vestito dei Sacri paramenti (non era stato ancora eletto cardinale), ma come un semplice prete, in mano non il Pastorale, ma il Vangelo all’altezza del cuore.

Il clima della sala era sicuramente percepito da lui. Entrando, disse subito: «Non volevo venire». Si schermiva, il biblista, il mistico, il profeta, che, dopo 16 anni alla guida dell’arcidiocesi di Milano, si era ritirato nel 2002 a Gerusalemme, da lui definita la culla, la madre, «la matrice spirituale in cui sono nato». Si parlava di lui, della sua opera, del suo magistero, sulla scorta di tante tesi e saggi compilati da studenti e studiosi, come di un «custode del mistero nel cuore della storia», quasi di una moderna “summa teologica” di un uomo di Chiesa, definito «un apripista», autore di libri, trattati, saggi, esercizi spirituali: circa mille lavori dal 1974. Quel pomeriggio alla Gregoriana l’atmosfera era diversa: lieta per in verso, triste per un altro verso, perché un Padre, il Padre di tutti, papa Giovanni Paolo II, era gravemente malato.

Quel pomeriggio, indimenticabile per tutti coloro che lo hanno vissuto, il cardinale si presentò ancora una volta vestito con semplicità, un cappotto sulle spalle, alto e dritto come un fuso, un leggero bastone in mano. Il ruolo di professore gli era naturale. Lo ho alternato, finché gli è stato possibile, allo studio e al soggiorno nella città santa, dove aveva ultimato la ricerca sul Papiro Bodmer VIII (codice del Vangelo) pubblicato in Vaticano. Nella sua innata umiltà, Martini stava per prendere posto tra il pubblico, ma dovette accettare il seggio al centro della cattedra, a fianco del rettore suo successore, i presidi, alcuni vescovi, suoi ex allievi, diventati nel frattempo teologi di fama.

«Non vado alle presentazioni», disse il cardinal Martini, «se poi ci riguardano, l’impressione è di essere già morti». Ma «ci sono gli amici che mi hanno dato tanto e che mi ricordano la misericordia di Dio». Nelle sue funzioni di arcivescovo definito innovatore, il Pastore Martini aveva un po’ stupito, un po’ sorpreso, un po’ allarmato per tante tesi coraggiose sulla necessità di un rinnovamento della Chiesa così che potesse andare incontro al mondo moderno e all’umanità contemporanea. In particolare suscitò un certo allarme il suo discorso sulla collegialità nella Chiesa, in modo da assumere un volto meno dogmatico che avrebbe valorizzato soprattutto il dialogo con i cosiddetti “Fratelli separati” d’Oriente e d’Occidente, che respingono il primato del Vescovo di Roma, che vorrebbero tutt’al più considerare un primus inter pares.

Ma il discorso di Martini non era né radicale, né rivoluzionario. Quel pomeriggio alla Gregoriana, meglio di cento interpretazioni, valse il suo invito a pregare in modo particolare per il Papa malato. «E’ possibile», si chiese, «che nella Chiesa si giunga a una conduzione collegiale dove il vertice della piramide si allarga a favore di un rinnovato dialogo ecumenico?». Nessun contrasto mai ci fu tra papa Wojtyla e il Martini arcivescovo ambrosiano. Come chiariscono i critici, il cardinale si era sempre riferito al magistero pontificio, interpretandolo. La sua riflessione si riferiva alla necessità di far sentire le comunità cristiane non cattoliche partecipi alle discussioni sui grandi temi del cristianesimo, mentre il dialogo con l’islam ha una propria specificità. Non sono fondati, dunque, i tentativi che hanno attribuito al vescovo ambrosiano «orientamenti o tendenze politiche, commistioni con alti funzionari dello Stato o polemiche con settori della vita ecclesiale». E’ vero invece che egli «ha avuto in dono il carisma della lettura dei segni dei tempi e l’ha usato a servizio della Chiesa e della società. Secondo il prototipo dell’umanesimo e del rinascimento cristiano, mette insieme fede e cultura, lettura della Bibbia e della realtà, ascolto della Parola e delle persone, in modo armonioso».

Di tutto ciò gli aveva dato atto lo stesso Giovanni Paolo II nella lettera del 18 maggio 2002 per il 50° anniversario di sacerdozio, mentre i delegati episcopali della sua diocesi, al momento di offrirgli un pastorale, gli avevano chiesto quale simbolo desiderasse venisse inciso. «La lavanda dei piedi», risponde subito. E’ l’atto che riassume e simboleggia il servizio agli altri, un evento che inquieta, che storna da una falsa pace della coscienza. E con Benedetto XVI l’amicizia è stata aperta e costante. Ha raggiunto le stanze papali quando doveva essere nominato il nuovo arcivescovo di Milano dopo Tettemanzi. Papa Ratzinger voleva sentirne il parere. E ancora a Milano, durante l’Incontro mondiale delle famiglie. Martini era in carrozzella. La malattia gli impediva di parlare. Parlavano i suoi occhi. E il suo segretario.

Ma chi era Martini sette anni fa? Glielo chiesero. «Mi sento oramai fuori della mischia», disse quel pomeriggio. «Come Mosè sul monte della preghiera. Mi pare che il mio contributo al futuro della Chiesa non stia più nelle idee o nelle iniziative, ma nella preghiera di intercessione, che si unisce come piccola goccia al fiume di intercessione della Chiesa, il quale diviene torrente di fuoco sull’altare sublime sul quale Cristo si offre al Padre, essendo egli sempre vivo per intercedere a nostro favore». Che cosa chiede una persona di così alta spiritualità?, venne domandato. «Non si deve dare l’impressione che io Dio lo conosca molto», fu la risposta. «Ho pregato e prego perché sia diminuita un po’ la mia ignoranza di Dio. Sento il pudore di chiedere che sia accresciuta la mia conoscenza di lui. Mi basterebbe un raggio della sua luce e so che una briciola della sua conoscenza riempie il cuore di gioia e di luce». Un’altra domanda fu «che cosa riserva il futuro alla Chiesa e agli uomini?». «Quello che Dio ha previsto», rispose Martini. «Dobbiamo essere ottimisti, sempre ottimisti. Noi non siamo la nostra storia, siamo il nostro presente e il nostro futuro. I pittori quando hanno fatto un quadro pensano a quello successivo Così noi dobbiamo dimenticare quello che abbiamo fatto e pensare a quello che ci sta davanti. Il bello deve venire. Il passato lo buttiamo dietro le spalle. Ciò che importa è il futuro di Dio che mette a posto ogni cosa».

«Lasciateci sognare», aveva ripetuto il cardinale Martini da Milano alle soglie del nuovo millennio. E’ possibile? «L’uomo contemporaneo ha la necessità di pensare a un mondo diverso da quello in cui vive. Il cammino della storia va inesorabilmente verso la resurrezione. La fine del mondo non è la morte bensì l’andare incontro al Signore risorto. Anche Dio sogna e il suo sogno é che tutto torni alla Trinità da dove tutto è partito e verso cui tutto si dirige». E’ questa la Gerusalemme? «Gerusalemme è il centro del mondo, è il simbolo di tutte le attese e le speranze umane, il luogo nel quale le sofferenze si incontrano, ma nel quale tutte le speranze si riaccendono». Antonio Sassone

 



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