Il vescovo sia un Vangelo vivente

 

 

L’ultimo libro scritto dal cardinal Martini riesce a sorprendere, per il tema scelto e per la freschezza delle sue parole. «Il vescovo» (così si intitola l’agile e denso volume edito pochi mesi fa dall’editore torinese Rosenberg & Sellier) propone alcune considerazioni sulla figura istituzionale posta alla guida delle diocesi, sui suoi compiti e sulle difficoltà che quotidianamente incontra.

È, però, soprattutto una riflessione sulla Chiesa di oggi, sulle sue mancanze e sui suoi tradimenti, come pure un invito pieno di speranza rivolto a tutta la comunità cristiana a comunicare la Parola di Dio «nel mondo contemporaneo e postmoderno» in cui Martini non trova «solo delle connotazioni negative»: al contrario, scrive, «mi sembra un mondo che costringe a una vera serietà di propositi e di azioni».

Proprio questo sguardo accogliente sulla realtà, che non si abbandona a perentorie condanne o a frettolose assoluzioni, è la chiave di lettura che ha permesso al gesuita alla guida della diocesi di Milano dal 1979 al 2002 di guardare il presente e trovare le parole accessibili a tutti per annunciare la novità del Vangelo. Intrecciando la sua curiosità per la vita, la sua conoscenza della Bibbia e la sua esperienza di pastore di una grande diocesi, Martini accompagna il lettore per comprendere i cambiamenti storici avvenuti nel ruolo episcopale, i meccanismi che portano alla nomina di un vescovo, i primi passi che è opportuno compia e i modi in cui può essere organizzata la sua giornata. Ciò che però preoccupava il presule, colpito ormai in modo irrimediabile dalla malattia, era sottolineare quanto a ogni vescovo, prima ancora che il compito di governare la Chiesa locale, sia affidata la più impegnativa responsabilità di «servitore della Parola», colui che «deve avere il Vangelo dentro se stesso e quindi essere un Vangelo vivente».

Aver accantonato la centralità della Parola di Dio, secondo Martini, è all’origine dell’immagine prevalente di Chiesa, «percepita da molti come una potenza mondana e gerarchica», ma ha prodotto anche una conseguenza più grave, vale a dire una iper-concentrazione sui temi dell’etica in cui pare ormai ridursi tutto il ruolo del cristianesimo. Martini non teme di affermare che sia «un grave errore» pensare che la Chiesa abbia come compito «difendere e promuovere l’etica tradizionale, essere un richiamo etico per tutte le idee e le prassi che pesano sul nostro tempo». Infatti, il «compito della Chiesa non è sostenere la moralità in un mondo minacciato dall’immoralità, benché essa sia sempre attenta ai giudizi etici. Compito della Chiesa è anzitutto predicare il Vangelo. E il Vangelo per tutti, senza esclusioni. È la proclamazione di un Dio che sempre perdona nel nome del Figlio Gesù crocifisso e risorto». Pur considerando la necessità di leggi e prescrizioni che regolino la vita di ogni comunità, e quindi anche di quella cristiana, Martini sottolinea che le norme «sono anche uno strumento che divide, che pone steccati, permettendo che si crei una distinzione in cui ci sono i buoni e i cattivi».

Le discussioni provocate dall’ultima intervista del cardinal Martini pubblicata sul «Corriere della sera» il 1° settembre scorso, subito dopo la sua morte, rendono evidente quanto la questione dell’autorità nella Chiesa continui a essere un “nervo scoperto” nella comunità cristiana e susciti frequenti fibrillazioni tra i fedeli e, ancor più, nelle gerarchie ecclesiastiche. Nell’intervista, l’anziano vescovo aveva ricordato che «né il clero, né il Diritto ecclesiale possono sostituirsi all’interiorità dell’uomo. Tutte le regole esterne, le leggi, i dogmi ci sono dati per chiarire la voce interna e per il discernimento degli spiriti». Qui sta il punto per Martini: chi comanda nella Chiesa? chi ha il compito di dirigere i fedeli? chi, in ultimo, decide?

Pur confessando di sentirsi «impacciato» nell’affrontare questo tema, anche nel libro propone come bussola il «paradosso cristiano»: per chi crede nella parola liberante di Gesù, la quale «illumina, rischiara, esorta e fa ciò che dice», l’autorità è servizio, comanda colui che serve, il più grande deve diventare il più piccolo…

Nelle fitte pagine de «Il vescovo», Martini conferma la sua capacità di tenere insieme profezia e realismo, anche su problemi che hanno lacerato e continuano a dividere i cristiani. Le istituzioni sono necessarie, ma coloro che esercitano il servizio dell’autorità devono avere in sé «disponibilità, disinteresse, umiltà, farsi modelli del gregge». Nella Chiesa, proprio perché si è di fronte a una struttura estremamente complessa, si deve ricorrere a collaborazioni, deleghe e forme di “sinodalità”, vale a dire a organismi che permettano alle singole diocesi e a tutta la comunità cristiana di “camminare insieme” (proprio come indica il significato originario della parola “sinodo”).

Se queste considerazioni richiamano la questione complicata del ruolo del Papa e della funzione della curia vaticana nel governo della Chiesa universale (temi che neanche il Concilio vaticano II è riuscito a chiarire compiutamente), la direzione che Martini propone di seguire abbraccia orizzonti più profondi, che toccano ogni cristiano. «Il governare nella Chiesa va esercitato su uomini liberi, che sono però capaci di lasciarsi ispirare dall’amore. Una tale autorità non comprime le coscienze, ma le fa crescere facendole conformare al modello del Figlio nella Trinità»: coscienza e libertà, emblemi del libero arbitrio lungamente combattuto dalla Chiesa, sono invece la chiave di volta per una nuova consapevolezza della fede, più rischiosa certamente, forse meno disposta all’ossequiosa deferenza ai poteri, ma capace di rendere gli uomini e le donne di oggi realmente obbedienti alla Parola di Dio.

Marta Margotti

 



SIR | Avvenire.it | FISC

PRELUM Srl - P.I. 08056990016