50 anni fa il concilio

 

Era l’11 ottobre del 1962. Cinquant’anni fa. Mezzo secolo. In San Pietro si aprì il Concilio ecumenico Vaticano II. Lo aveva indetto e lo presiedeva un vecchio Papa, vecchio ma non domo e certo non privo di una rilevante dose di profezia.

Angelo Giuseppe Roncalli, salito al trono di Pietro da patriarca di Venezia, un bergamasco di famiglia contadina, era considerato un Pontefice di transizione, data appunto l’età e anche il carattere che lasciava trasparire una spiccata bonomia. Forse, e senza forse, nessuno si aspettava da lui gesti eclatanti, iniziative strabilianti. Piuttosto un andamento tranquillo, una navigazione serena della Barca di Pietro sui nuovi laghi e i mari della moderna Galilea, il mondo di oggi, l’umanità di un’epoca che incominciava ad avvertire gli effetti di un incipiente boom economico, ma nutriva timori e paure per la Guerra fredda, per il mondo diviso in  blocchi e forse per una catastrofe atomica.

Un Concilio: un evento pressoché impensabile. L’ultimo si era tenuto egualmente in Vaticano ed era stato sospeso nel 1870 a causa dell’occupazione di Roma e della fine dello Stato pontificio. Fu il Concilio di Pio IX, il Papa del «Sillabo», un mix di condanne o forse solo di avvertenze contro gli «ismi» che a quel tempo si facevano avanti: razionalismo, liberismo, materialismo, fideismo. Ma da quel Concilio di 800 tra cardinali e vescovi - mai chiuso, se non proprio da Giovanni XXIII al momento di aprire il Vaticano II, quasi come si fa con i verbali - uscirono due documenti di capitale importanza: il «Dei Filius», che definiva l’ambito e la portata della fede, e la Costituzione «Pastor Aeternus» che sanciva il dogma dell’infallibilità papale in materia di fede, quando cioè, detto in termini più espliciti, il Pontefice si pronuncia ex cathedra. Dogmi pienamente vigenti, come quelli definiti ai primordi della Chiesa e in tempi relativamente recenti, quali la doppia Natura di Cristo («vero Dio e vero Uomo»), l’Immacolata Concezione, l’Assunzione di Maria Vergine in Cielo.

Per trovare un altro Concilio, bisogna risalire all’incirca a quattro e più secoli prima. Si tenne dal 1545 al 1563, lungo 18 anni, ma con molte interruzioni, e in parte a Trento (perciò fu chiamato Concilio Tridentino) e in parte a Bologna. Tempi difficili anche quelli, per via della Riforma protestante. Per questo fu scelta la città trentina in quanto contigua agli Stati al di là delle Alpi dove si erano sviluppati i movimenti luterani e calvinisti. Questo Concilio, da alcuni definito della Controriforma, varò importanti riforme sulla formazione del clero, sugli ordini religiosi e per molto tempo costituì un punto di riferimento, anche se nel ventesimo secolo ben pochi ne coltivavano la memoria, richiamavamo i suoi dettami, le sue decisioni. Roba da archivi, precetti custoditi nei libri e nei saggi dei teologi, degli storici.

Giovanni XXIII, così come aveva scelto un nome lontano nel tempo, ma legato a quel discepolo amato da Gesù, al Concilio ci aveva pensato fin dal primo momento della sua elezione e col passare dei giorni ne faceva cenno, passeggiando nei giardini vaticani, al suo segretario, Loris Capovilla, il primo a rimanerne sorpreso e stupito. Ma l’idea maturava, cresceva, rivelava la portata e i dettagli. Fino a che il Papa ne diede l’annuncio durante una celebrazione nella Basilica di San Paolo. Scelta significativa anche questa, perché san Paolo è l’«apostolo delle genti». Era chiaro dunque che il Concilio, ecumenico, per definizione universale, per tutto l’orbe terrestre, doveva essere di fatto ecumenico, cioè chiamare la famiglia umana a riconoscersi tutta nell’unico Dio Creatore. Per i cattolici era un richiamo a scuotersi, a sentire la Chiesa come una casa viva, un corpo palpitante, non un monumento.

Il Triregno o Tiara del Pontefice quel giorno, l’11 ottobre 1962, spiccava sul mare di mitrie bianche di 2.700 vescovi, su quelle rotonde e istoriate dei prelati orientali, sulle porpore dei cardinali, sui paramenti sgargianti, sui copricapo a velo dei monaci, su uomini e donne in eleganti abiti scuri. L’umanità del XX secolo. Si apriva il Concilio ecumenico Vaticano II. La Chiesa chiamava da tutti gli angoli della terra non solo sacerdoti e religiosi, ma anche laici. E non solo cattolici, ma osservatori di tutte le confessioni cristiane, e non cristiane, dagli ebrei ai musulmani, fino ai non-credenti. Di un’assemblea così, non rara nei primi secoli del cristianesimo, da Nicea a Costantinopoli, si era quasi persa la memoria, il significato e la forza propulsiva dopo l’ultimo indetto da Pio IX nel 1869-1870 per sancire, come detto, il dogma dell’infallibilità papale.

Ora la Chiesa con Angelo Roncalli, il Papa buono, si apriva al mondo che era sotto l’incubo della Guerra fredda e delle armi atomiche. Nel ’62 le navi sovietiche dotate di missili erano schierate davanti a Cuba. Nel novembre del ’63 veniva assassinato John Kennedy, il presidente della “nuova frontiera”. L’Italia intravedeva lo sviluppo economico e il boom consumistico. Il simbolo? Una piccola utilitaria: la Seicento.

Di eventi, fatti, dottrine, contrasti, dispute, dubbi, lacerazioni, che vanno dal 25 gennaio 1959 quando Giovanni XXIII annunciò in San Paolo Fuori le Mura il Concilio, fino alla conclusione, 8 dicembre 1965, quando le redini erano state prese dal successore, Paolo VI, sono state fatte  ricostruzioni, foto, libri, fiction. Esiste una video-storia come documento per chiunque voglia raccontare ancora l’evento. Del resto, eravamo in era televisiva. Centinaia di televisioni si precipitarono a Roma per cogliere le immagini più significative, o solamente curiose. Migliaia di giornalisti cercavano di penetrare il segreto dei padri conciliari, fior di teologi famosi e vescovi, pastori dei loro fedeli in tutti gli angoli della terra, e di spiegare su che cosa si fondassero le differenze tra «conservatori» e «progressisti».

Da una parte c’erano cardinali, teologi, studiosi del Centro-Nord Europa, come Suenens, Congar, i cui saggi andavano a ruba presso i cattolici giovani e in quanti cercavano maggiori stimoli per accrescere la loro fede e auspicavano una Chiesa coraggiosa, missionaria non solo nei Paesi lontani, ma nel contesto delle comunità di radicata fede cattolica, magari confinata nel pietismo e nell’esteriorità. Dall’altra c’erano i conservatori, alcuni dei quali erano alla segreteria del Concilio, uomini custodi della più rigida tradizione, come i cardinali di Curia, Ottaviani e Traglia.

Si stava tracciando un “itinerario di fede”. I Padri entravano e uscivano ogni giorno da San Pietro dove dibattevano sui documenti preparati. Ogni giorno c’erano briefing riassuntivi, fogli ciclostilati che davano sintesi dell’andamento dei lavori. Televisioni e giornali diffondevano in tutto il mondo e in tutte le lingue il dibattito conciliare, magari riduttivamente semplificato in scontri tra le diverse tendenze. E al di sopra, come sintesi visiva, rimaneva lui, Giovanni XXIII, passando lungo la navata centrale di San Pietro, tra due ali di popolo che lo applaudivano e che lui benediceva dall’alto della Sedia gestatoria, portata a spalla dai Sediari. Fu l’ultimo Papa ad usarla. Dopo di lui fu inventata la «papa-mobile» e la «pedana semovente». A Roncalli, una sintesi di modernità e di tradizione, di innovazione e conservazione, piaceva rispolverare usi e gesti antichi. Così, ad esempio, tirò fuori il «camauro», il copricapo di suoi lontani predecessori, e fece riattivare la ferrovia che ha una stazione in Vaticano e vi salì per andare ad Assisi. Era un Papa altamente comunicativo, nella sua oratoria semplice, lontana dai toni forbiti e drammatici di Eugenio Pacelli, papa Pio XII. 

La sera di quell’11 ottobre, con i lunghi e i solenni riti, la messa, le omelie, c’era ancora un’enorme folla in piazza San Pietro. Era in attesa. In attesa di qualcosa. Applaudiva. C’era in solo grido: «Viva il Papa». Quasi lo chiamava perché si affacciasse. Voleva ancora un saluto. Gli dissero: «Santo Padre, deve dire qualcosa alla gente». Era stanco. Non avrebbe voluto parlare. E invece… Invece improvvisò quello fu definito «il discorso sulla luna», un atto conclusivo, come un sipario leggero che scendeva su quella giornata trionfale per riaprirsi il giorno dopo, per molti altri giorni ancora. Disse alla gente: «Quando tornate a casa, fate una carezza ai vostri bambini e dite loro: “Questa è una carezza del Papa”». Applausi e lacrime. Ma sarebbero state solo lacrime qualche anno dopo, alla sua morte dopo una lunga agonia.

A Giovanni XXIII succedette Giovan Battista Montini, un altro lombardo, di Brescia. Molti temevano che il Concilio si interrompesse. Coloro che temevano questo rischio non lo attribuivano tanto a una presunta volontà di Paolo VI (questo il nome che si era dato Montini), quanto piuttosto al suo carattere, non incerto, ma riflessivo. In sostanza si pensava che Montini «non si ritenesse in grado di condurlo a termine». In realtà erano gli anti-conciliari che si auguravano che il Concilio rimanesse incompiuto. Non fu così. E gli avversari dovettero riconoscere che il nuovo Papa «si impegnò con coerenza e coraggio». Questa la conclusione degli storici, che ricordano come ben 70 furono i documenti conciliari, corredati dalle eccezionali encicliche di Giovanni XXIII, Mater et Magistra (1961) e Pacem in Terris (1863) e dall’Ecclesiam suam di Montini. Due papi eccezionali. Il primo inaugurò «la primavera della Chiesa» e fu insignito del premio Balzan per la pace, il secondo visse le fasi critiche del contrasto tra conservatori e progressisti nella Chiesa, percepì con dolore la crisi teologica, ma distaccò la Chiesa dal coinvolgimento politico. Non è quindi senza emozione ricordare Giovanni XXIII che pronuncia il discorso inaugurale e, nella stessa giornata quando scopre un’improvvisa vena poetica chiamando in suo aiuto la luna e invitando la gente ancora in attesa sulla piazza ad andare a casa e portare una carezza del Papa ai bambini. Ricordare oggi il Concilio, a 50 anni dalla sua apertura, è non solo un tuffo nella storia recente, ma soprattutto è un impegno a mantenerne vivi gli insegnamenti, e tradurli in pratica. E’ quello che sta facendo papa Benedetto XVI , allora giovane consultore dal “ciuffo ribelle” (come documentano foto dell’epoca), ma già esperto di teologia che al Vaticano II  collega l’Anno della fede, da lui indetto per infondere nuovi linfa in un mondo dove si vanno estendendo il materialismo, il relativismo, l’indifferenza.

Purtroppo, la storia documenta che accanto alla vitalità conseguente ai Concili, sono nati movimenti eresiarchi. I primi sette concili (due a Nicea, quattro a Costantinopoli, uno a Costanza) furono veramente ecumenici, cioè accettati da tutti. Poi sono intervenuti gli scismi, prima d’Oriente e poi d’Occidente. Anche il Vaticano II, il ventiduesimo della Chiesa cattolica, ha prodotto il piccolo, ma egualmente doloroso, scisma della Comunità San Pio X, guidata dal vescovo Lefebvre. Forse dunque, come pensano alcuni, ci sarà ancora un Concilio, il prossimo (ma chissà quando) che sarà veramente e di nuovo ecumenico, perché le distanze tra le varie Confessioni religiose si vanno riducendo, come tanti eventi comuni confermano e perché è il cristianesimo nel suo complesso ad essere fatto oggetto di persecuzioni in varie parti del mondo, dal Medio Oriente all’Africa.

 Antonio Sassone



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