I molti frutti di tanto impegno

 

A cinquant’anni dal Concilio, la domanda non è solo quale sia lo stato della Chiesa, ma quale sia lo stato della fede. E non è un caso, infatti, se papa Benedetto XVI ha indetto l’Anno della fede (11 ottobre 2012-24 novembre 2013), un’occasione per riflettere e comprendere che i testi lasciati in eredità dai padri conciliari «non perdono il loro valore, né il loro smalto».

I nostri tempi, per tanti versi, non paiono diversi da quello del Concilio, anni segnati da una grave crisi in ambito civile e sociale, che sfociarono in un periodo di grandi contestazioni e scontri, ma pure in quello ecclesiale con la messa in discussione di diversi punti dottrinali e della stessa autorità del magistero, tanto da far dire a Paolo VI, che «uno dei bisogni maggiori della Chiesa è la difesa da quel male che chiamiamo Demonio». Così come Benedetto XVI ha detto più volte che «il nocciolo della crisi della Chiesa è la crisi della fede, tra gli stessi credenti, soprattutto in un momento di profondo cambiamento», segnato in ultima analisi «da una crisi etica che sta investendo l’Europa».

Parte da qui Luca Rolandi, giornalista del portale VaticanInsider della «Stampa», nel suo ultimo libro «Il futuro del Concilio» (Effatà, pag. 140, 10 euro). E per farlo riprende in mano ad uno ad uno i documenti ufficiali del Vaticano II, riproponendoli dopo aver chiamato a raccolta teologi e professori (da Repole a Corini, da Militello a Ronconi), ma anche giornalisti, vaticanisti e blogger (Bernardelli, Ferrò, Tornielli, Tosatti) per restituire il loro significato e il loro valore autentico. «Un atto di onestà», scrive nell’introduzione Raniero La Valle, classe 1931, un giornalista, scrive Rolandi, che ha raccontato il Concilio anche ai vescovi che non sapevano il latino: «Per capire la portata dell’evento bisogna rileggere i documenti, a partire dalle quattro Costituzioni».

Ed eccoli i quattro pilastri del Concilio. La Sacrosanctum concilium (4 dicembre 1963) che ha gettato nel solco della vita ecclesiale il seme della liturgia («Il 20 per cento delle proposte inviate alla Commissione preparatoria del Concilio», ricorda don Paolo Tomatis, direttore dell’Ufficio liturgico della diocesi di Torino, «riguardava proprio la liturgia, auspicando una semplificazione dei riti, in vista di una maggiore partecipazione dei fedeli»), e con essa il seme della Parola, di una certa visione della Chiesa, di un rapporto positivo con le culture, anticipando le grandi intuizioni delle altre Costituzioni e confermando l’intuizione di Paolo VI: «Cominciare dalla riforma della liturgia per arrivare alla riforma della Chiesa, a partire dalla liturgia». La Lumen gentium (16 novembre 1964) che disse, in modo nuovo, cosa la Chiesa pensava di se stessa, e cioè che era «popolo di Dio», con tutto quello che comportò in termini di corresponsabilità tra chierici e laici.

Con il tempo, infatti, annota don Roberto Repole, presidente dell’Associazione teologi italiani (Ati), «questa giusta accentuazione ha corso dei pericoli: non rammentando sempre bene quale sia la sorgente della nostra dignità di cristiani, si è potuto interpretare il popolo di Dio in senso esclusivamente sociologico, cominciando a discutere, come si è soliti fare in altri contesti sociali, soltanto di diritti, ruoli, poteri…». Cinquant’anni dunque possono essere «salutari» a richiamare quanto non è stato subito colto: che cioè la «Chiesa è vista anzitutto dalla Lumen gentium come mistero, ovvero come ruolo della presenza del Dio unitrino nella storia e che, in quanto tale, è il popolo di Dio».

La Dei Verbum, definito il documento base di tutto «l’edificio conciliare», è la costituzione dogmatica sulla Divina rivelazione promulgata il 18 novembre 1965 con la schiacciante maggioranza di 2.344 voti a favore e solo 6 contrari. In questo campo il Concilio aveva visto lontano, spiega don Giuseppe Militello, docente presso l’Istituto superiore di Scienze religiose di Albenga-Imperia: «Nella liturgia c’è stato un ingresso cospicuo di testi biblici, a ogni livello sono sorte iniziative per la formazione di una cultura biblica del clero e del laicato; i trattati di teologia e i catechismi nazionali hanno attinto alla Sacra scrittura; la pratica della lectio divina è oggi più diffusa anche tra tanti laici».

E infine la Gaudium et spes sulla Chiesa nel mondo contemporaneo (7 dicembre 1965), l’ultimo e anche il più lungo documento del Concilio, certamente quello che ha avuto il maggior impatto mediatico, suscitando le polemiche più accese. «I padri conciliari», scrive Marco Tosatti de «La Stampa», alle spalle oltre cento viaggi all’estero per seguire Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, «per la prima volta affrontarono la sfida dell’ateismo contemporaneo cercando di leggere i “segni dei tempi” (argomento che ebbe uno straordinario effetto mediatico), senza mai dimenticare però la centralità di Cristo, che è la chiave, “il centro, il fine di tutta la storia umana” (concetto che invece non ebbe una eguale buona stampa)».

Molti fedeli non hanno mai letto le quattro Costituzioni (per non parlare dei Decreti e delle Dichiarazioni). Altri ne parlano affidandosi ai ricordi di cinquant’anni fa. La maggior parte li conosce solo per sentito dire. E invece è necessario fare i conti col Vaticano II, tornare a rileggere quei testi, perchè sono entrati nella vita di tutti i fedeli: dalla teologia all’ecclesiologia, dalla cultura alla scienza, dalla liturgia al dialogo tra le diverse confessioni religiose, le parole e i sentieri del Concilio sono oggi quelli della Chiesa. I modi di porsi di fronte al Vaticano II, riconosce Luca Rolandi, possono essere diversi, ci si può porre «in continuità» o «in rottura», ma è indubbio che oggi si vivano i frutti di quell’assemblea aperta da Giovanni XXIII e portata a compimento da Paolo VI. Cosa resta oggi del Vaticano II?, si chiede Rolandi: il suo spirito?, la sua carica profetica?, le illusioni di ciò che avrebbe potuto essere e non è stato?, oppure talune deviazioni pericolose? Il dibattito è aperto. Ma una cosa è certa, ricorda Rolandi: il Concilio è entrato nella vita della comunità cristiana come via da seguire per ritornare alle fonti, alla Parola e all’eucaristia, alla carità e alla fede. Perché la Chiesa potrebbe anche essere fiorente, le chiese piene, i seminari gremiti, ma se la fede fosse inaridita, e di conseguenza anche la carità, a nulla varrebbe.

Cristina Mauro

 



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