Martini mancherà a tutti

 

Adesso siamo più soli. Come individui, come comunità dei credenti e dei non credenti, come cittadini della polis e anche come giornalisti. E’ stata la sensazione immediata, fisica e spirituale che in molti abbiamo avvertito all’annuncio della scomparsa del cardinale Carlo Maria Martini.

Anche se da tempo aveva scelto di rimanere nell'ombra protettiva e nel raccoglimento silenzioso dell’Aloisianum di Gallarate, l’istituto di studi filosofici dei gesuiti, anche se la sua voce si era fatta più flebile, lui c’era. Non solo per quanto scriveva puntualmente sul «Corriere della Sera» nella rubrica delle lettere alle quali ha risposto fino al giugno scorso. E per le interviste che arrivavano come esplosioni di luce, l’ultima dell’8 agosto, molto sofferta, sulla situazione attuale della Chiesa, una sorta di testamento spirituale. Ma perché da quella stanza, dove stava combattendo da anni contro l’aggravarsi del Parkinson, cercando fino all’ultimo di vivere con la compagnia degli uomini e delle donne, come sempre era vissuto, emanava una forza, una partecipazione alla vita e una speranza di eternità che si percepiva nell’aria. Arrivava un vento forte, quello che porta nel silenzio della preghiera e del raccoglimento la voce di mondi oltre.

Un vento che arriva da quel cielo che egli aveva iniziato ad abitare nell’abbandono fiducioso a quel Dio che aveva cercato e dal quale era stato cercato. «E’ sempre possibile trovare Dio, perché è Dio che cerca l’uomo ed è anzitutto Lui, se così si può dire, che non può vivere senza di noi. Per questo ci cerca instancabilmente», aveva detto in una intervista. Sì, Carlo Maria Martini e Colui di cui avvertiamo in ogni luogo la misteriosa Presenza, si erano sempre cercati. Ed avevano camminato insieme, attraverso quella Parola che il biblista infaticabile e l’innamorato del Vangelo, aveva assorbito con il cuore e con la mente fino a farne sangue del proprio sangue. Questo cammino alimentava la sua profezia, la sua libertà, la sua saggezza, la sua grande umanità. Ha ispirato i suoi tanti libri, le sue preziose e sempre attuali Lettere Pastorali, quando era arcivescovo di Milano, i suoi interventi pubblici e privati.

Ho un ricordo bellissimo di questo “camminare” con Dio e con la gente, con umiltà e saggezza. Negli anni Sessanta, come docente della Facoltà teologica di Chieri, veniva per le vacanze estive con i suoi allievi in un paesino discreto ed appartato nel Parco del Gran Paradiso, dove per un paio di mesi i pochi abitanti familiarizzavano con quel drappello di giovani uomini che si prestavano per ogni necessità. Aiutavano a fare i fieni, tenevano compagnia gli anziani, si divertivano con i bambini. Dimenticavano gli studi severi e complessi, per vivere nella condivisione delle azioni quotidiane le Beatitudini.

Carlo Maria Martini era di esempio quando, di turno in cucina, preparava dei minestroni esplosivi. Quando partecipava alle escursioni. Si saliva in silenzio per i sentieri erti delle montagne verso gli altipiani e le cime. La sua figura alta e imponente, il suo passo deciso e cadenzato con vigore, dominavano il gruppo dei gitanti. A un certo punto una sosta per riprendere fiato e un momento di preghiera che lui stesso guidava. Allora accadeva qualcosa d’intenso: quell’angolo di montagna diventava una Chiesa naturale, dove le parole dette e quelle ascoltate fluivano in un colloquio con l’Eterno. Era la sua presenza, assorta in quel colloquio, a far avvertire questa nuova dimensione che non si disperdeva, anche quando ci si fermava per il pranzo al sacco e soprattutto quando si arrivava alla cima e si guardava con soddisfazione in basso al lungo e, a tratti faticoso, cammino compiuto. Era quella simbiosi di umano e di divino, di uomo e di sacerdote, che si completavano a vicenda, spontaneamente, nello scenario di una creazione ad evocare l’Artefice di tanta bellezza, a creare momenti di una serenità commossa.

Quei momenti sono rimasti nella mia memoria come una scintilla di luce che poi avrei ritrovato in tanti suoi scritti. E sono riaffiorati quando ha voluto che «il nostro tempo» fosse presente con un’edizione milanese nel capoluogo lombardo, durante il suo episcopato. Come per tanti altri sacerdoti della sua generazione il nostro settimanale aveva aperto nei seminari una finestra sul mondo esterno e in particolare su quello laico in un confronto di idee e di riflessioni. Apprezzato e stimato, li aveva accompagnati negli anni dello studio con il suo contenuto culturale e sociale a respiro nazionale con echi mondiali. Carlo Maria Martini che con tutta la cultura, anche con gli esponenti di quella lontana dalla sua formazione, aveva sempre avuto un dialogo intenso e fecondo, lui che aveva creato nel 1987 la «Cattedra dei non credenti» per favorire l’incontro di mondi diversi, vide nel giornale fondato da mons. Carlo Chiavazza uno strumento utile e importante. Uno strumento non solo di evangelizzazione, ma anche di aiuto per la costruzione del bene comune.

Furono anni di preziosa collaborazione che arricchì vicendevolmente le due redazioni, quella torinese e quella milanese . E che vide l’allora arcivescovo di Milano, con discrezione e affetto, partecipare calorosamente e con commozione ai festeggiamenti svoltisi a Torino per i cinquant’anni di fondazione del settimanale. Confessò che, quando era giovane, gli sarebbe piaciuto molto fare il giornalista. Un desiderio rimasto sempre vivo che forse lo ha indotto nella sua ultima stagione a collaborare al «Corriere della Sera» in un dialogo semplice e profondo con i tanti che si rivolgevano a lui. Aveva intuito quanto fosse importante per portare alle genti il messaggio evangelico passare attraverso i media, comprese le nuove tecnologie di comunicazione, raggiungere le persone attraverso una scrittura rapida ed immediata, colloquiale. E lo fece nel migliore dei modi con risposte che, se attingevano al suo vasto patrimonio di studioso della Parola di Dio, non erano mai astratte e tanto meno moralistiche. Andavano diritte ai cuori dei lettori in quella concretezza ricca di spessori e di leggerezza che solo la vera autenticità ispira. Che nascono e crescono nella profondità e pienezza del nostro esistere, quando cerchiamo di vivere nella libertà, nella giustizia, nel rispetto della dignità dell’altro e nell’amore.

Come ha ricordato Eugenio Scalfari per Martini il peccato più grave, l’unico vero peccato è l’ingiustizia perché da esso derivano tutti gli altri. E come ha detto don Luigi Ciotti, che lo ha definito «un servo di Dio e degli uomini», ci ha insegnato come chi «ha avuto il dono della libertà deve impegnarsi per liberare chi non lo è, lottare per il diritto sacrosanto della libertà di tutti, a cominciare da quella dei giovani».

Sono state le pietre miliari del suo cammino illuminato di uomo e di vescovo che lo hanno guidato con serenità, non priva di turbamenti e di paure, di interrogativi rimasti anche senza risposta, di attese, verso l’ultimo passo. Nella lunga intervista, fattagli da Alain Elkann e pubblicata nel volumetto «Cambiare il cuore», all’interlocutore che gli chiedeva se aveva paura della morte rispose: «La vita, come la fede, è un cammino, un viaggio verso la vetta di un monte altissimo, viaggio che implica una serie di difficoltà, di pericoli, di rischi. A un certo punto ci si trova davanti ad una strettoia nella quale occorre entrare per raggiungere la vetta. La morte è questa strettoia e al di là c’è la salvezza senza fine, la pienezza di una felicità eterna. Al cristiano, che crede in questa continuità della vita, la paura non viene tolta, però è aiutato a non cadere nella disperazione, è data la grazia di guardare oltre l’evento doloroso che noi chiamiamo morte». Parole che nel momento della tristezza per la sua partenza ci accompagnano nella attesa di rivederlo. E nella speranza che continui ad essere accanto a noi nella sua nuova dimensione di vita.

Mariapia Bonanate

 



SIR | Avvenire.it | FISC

PRELUM Srl - P.I. 08056990016