Strasburgo. Le miopie giuridiche

 

Talora restiamo stupiti delle sentenze di certi giudici. Fanno venire in mente la figura del dottor Azzeccagarbugli, il noto personaggio dei «Promessi Sposi» che conosce la legge ma rifiuta di aiutare Renzo, o rimandano all’immagine di quelli che usano la legge per aggiungere ingiustizia a ingiustizia.  Mi veniva in mente questa immagine ripensando alla recente sentenza dei giuristi della Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo.

Hanno sentenziato che i due coniugi romani che hanno portato il loro caso alla Corte possono ricorrere alla diagnosi pre-impianto che in Italia è proibita dalla legge 40 sulla procreazione assistita. Perché l’hanno bocciata? Perché la legge che proibisce la diagnosi pre-impianto è una invasione nel privato della famiglia, e perchè questa legge confligge con un’altra legge, la 194 sull’aborto, che ammette la possibilità di abortire quando si scopre che il nascituro è malato. Se è possibile sopprimere il nascituro malato quando è già un feto, perché non dovrebbe essere possibile sopprimerlo nella fase precedente, quando è ancora un semplice embrione? E’ un ragionamento che sembra logico, ma logico non è. Almeno per due motivi.

 

Dalle norme alla realtà - Anzitutto perché non si sono accorti che la legge 194 non permette la soppressione del nascituro perché malformato, ma perché provoca gravi danni fisici o psichici alla madre. Non è la malformazione, ma il pericolo per la vita della madre. Un embrione prima dell’impianto non è una minaccia alla vita della madre, per cui non può essere applicato all’embrione quanto si dice del nascituro che è vissuto come causa di malessere. In secondo luogo perché se i giudici non si fossero fermati al mero esame delle leggi, ma avessero preso in considerazione la realtà avrebbero capito che il problema non era il conflitto tra due leggi, ma erano in gioco la vita umana. Una persona di buon senso (ma le leggi umane sono sempre frutto del buon senso?) avrebbe probabilmente ragionato in altro modo.

Di fronte alla richiesta di sopprimere  più vite umane (tali sono gli embrioni) con la diagnosi pre-impianto, per avere la garanzia di una vita umana sana, cosa si può rispondere? La risposta logica potrebbe  sembrare quella di dire un chiaro «no».  Non esiste un diritto ad avere un figlio sano sacrificando altre vite. Invece si è cercato il modo di dire sì a questo progetto di vita/morte, ricorrendo alla privacy e all’incoerenza tra due leggi umane.

Il buon senso avrebbe potuto suggerire anche di avviare una riflessione sulla opportunità di mantenere in vita una legge che permette di uccidere un essere umano in formazione. Proviamo a pensare cosa capiterebbe nella società se una persona che è vittima di un accanito stalking chiedesse il diritto di eliminare chi le procura disagio e fastidio. Se la legge permette ad una donna di sopprimere il nascituro quando è convinta che il nascituro possa procurarle un danno grave, perché a chi è vittima di persecuzioni proibisce di eliminare la persona che minaccia il suo equilibrio psico-fisico o addirittura la sua vita? Forse una simile riflessione avrebbe potuto indurre i giudici a guardarsi bene dall’estendere anche all’embrione quello che viene tollerato per il feto.

Invece la sentenza dei giudici di Strasburgo è andata nella direzione dell’ampliamento del diritto di sopprimere la vita degli esseri umani nel tempo che non hanno voce per difendersi e sono in completa balìa dei “grandi” e delle loro scelte. Qui si vede ancora una volta come si possa essere talmente ciechi da ritenere di avere il diritto di negare la vita a chi senza volerlo crea problemi e, cosa ancora più vergognosa, nel tempo in cui questi esseri umani non sono in grado di rivendicare il loro diritto a vivere.

Il fondamento del «no» alla soppressione del nascituro - Naturalmente questo ragionamento regge a due condizioni: che si consideri l’embrione un essere umano, e che l’essere umano porti in sé il diritto a vivere qualunque sia lo stadio del suo sviluppo e le condizioni del suo esistere. Se l’embrione viene invece considerato un semplice agglomerato di cellule indifferenziate che diventeranno un essere umano ma non lo sono ancora, allora il problema non esiste. Come non esiste se si pensa che il diritto alla vita non nasce dalla stessa vita umana, ma viene conferita dagli adulti i quali ritengono di avere il diritto di vita o di morte su coloro che adulti ancora non sono. Se l’embrione non è un essere umano, e se gli adulti hanno il diritto di stabilire chi deve vivere e chi deve invece morire, in base a principi di sano/malato, allora tutto viene risolto da chi già è adulto e dalle “sue” leggi. Ma finora nessuno ha ancora provato che l’embrione non sia un essere umano, come nessuno ardisce affermare che il diritto alla vita viene conferito agli esseri viventi dall’uomo. Questo capitolo non viene quasi mai toccato. Si accetta banalmente il principio che l’embrione sia una realtà che non ha alcun diritto e che possa essere soppresso quando crea problemi. Per quale motivo? Per l’unico motivo che è scomodo e difficile. Non è facile accettare una vita che crea problemi, e allora ci si sbarazza di questa vita camuffando il delitto con l’atteggiamento ipocritamente pietista di procurare il bene del nascituro. Lo uccidiamo per salvarlo da una vita infelice!

Giordano Muraro o.p.

 



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