Se Obama perde la colpa è solo sua

 

Yes, we can. Sì, possiamo. Lo slogan della trionfale campagna elettorale di Barack Obama del 2008, facile e indovinato tanto da entrare a far parte del linguaggio comune negli Usa e non solo, sembra lontanissimo. Il presidente uscente pare l’ombra sbiadita del candidato affascinante e carismatico che aveva sedotto ed entusiasmato l’America, invecchiato ben più dei quattro anni effettivamente trascorsi alla Casa Bianca.

Un dato talmente evidente da convincere lui stesso e il suo staff a scherzarci sopra, quando nell’annuale incontro con i corrispondenti stranieri, ad aprile di quest’anno, ha messo a confronto le sue immagini passate e presenti con quella del settantacinquenne attore Morgan Freeman, prevedendo di diventare come lui nei prossimi quattro anni. La permanenza nella Washington delle lobby e dei poteri forti, il confronto quotidiano con il muro di gomma delle grandi corporation e dei loro intereressi precostituiti e intoccabili, sembrano averlo fiaccato nello spirito ancor più che nel fisico. Il candidato giovane e idealista che credeva davvero di poter imprimere una svolta all’America si è scontrato con una dura realtà fatta di veti incrociati, di pressioni indebite, di accordi indicibili, di compromessi forzosi che hanno reso faticosissimo, quando non impossibile, cambiare lo status quo.

L’esempio paradigmatico di tutto ciò è senz’altro la riforma sanitaria, fortemente voluta e introdotta da Obama, uno dei caposaldi più significanti della sua presidenza, che dovrebbe consentire a tutti i cittadini di poter godere dell’assistenza sanitaria garantita, certamente una conquista nell’ambito del welfare, che tuttavia ha trovato un’opposizione diffusa e stratificata. E non solo, come prevedibile, da parte delle lobby della sanità privata e delle grandi case farmaceutiche, ma anche fra ampi strati della popolazione, a partire da quella middle class infatuata del sogno americano di costruirsi la vita, il benessere e la ricchezza con le proprie mani, insofferente alle “intrusioni” dello Stato e preoccupata più dei costi da sostenere, a fronte di una sanità pubblica, che del rischio di rimanere senza assistenza medica.

Il via libera assicurato alla riforma sanitaria dalla Corte costituzionale statunitense è stato in questo senso determinante, non solo per l’introduzione del nuovo sistema, ma anche per non stroncare la candidatura del presidente uscente al nuovo mandato, che in caso contrario sarebbe divenuta assai problematica. Come pure problematico è il cammino verso la rielezione.

Lo dimostra l’esordio contrastato della campagna elettorale di Obama, che in un’America in massima parte religiosissima e puritana, ha pensato bene di riconsiderare in senso più possibilista il tema delle unioni omosessuali, alle quali lui stesso si era dichiarato contrario per gran parte della sua carriera politica. È possibile che questa svolta inattesa e repentina (e per certi versi improvvida) punti a recuperare l’ala più radical dei suoi sostenitori, delusa dalle mancate promesse e dallo scarso riformismo del quadriennio: del resto, anche qui da noi una sinistra in crisi di identità e sempre più distante dall’elettorato di riferimento cerca a volte di recuperare visibilità e consensi “sposando” queste tematiche. È anche possibile che sia un messaggio rivolto ai più giovani, forse maggiormente aperti sulla questione.

Ma è assai più probabile che l’uscita pubblica sull’argomento, così come i messaggi “privati” di segno opposto che il presidente diffonde sul proprio sito di Facebook (dove si mostra in compagnia dell’intera famiglia con la dicitura the most important meeting of the day, cioè l’incontro più importante della giornata, e simili) siano un modo per sviare l’attenzione da quello che è destinato a diventare il tema centrale della campagna per la rielezione, e dove Obama rischia di più: la crisi economica che tuttora affligge il Paese, nonché buona parte del pianeta. Insomma, si discute su gay o famiglia tradizionale per evitare di parlare di lavoro, disoccupazione, crisi, economia, speculazione, sviluppo, esattamente come succede anche da noi, dove la campagna elettorale è sostanzialmente perenne.

La stessa crisi economica che, innescata dal fallimento di Lehmann Brothers, causò il tracollo di Wall Street e permise a Obama di superare definitivamente il candidato repubblicano McCain, delfino di George W. Bush e alfiere del neoliberismo, rischia ora di essergli fatale. Perché nonostante le promesse e i lodevoli tentativi, il presidente espresso dal Partito democratico non è riuscito a incidere minimamente sui meccanismi e sui potentati finanziari che hanno provocato l’attuale sfacelo economico e sociale, e che tuttora agiscono indisturbati e con gli stessi metodi: falliti i tentativi di mettere le briglie alla speculazione, di ridurre i compensi stellari dei top manager, di reindirizzare la politica energetica verso le rinnovabili sottraendo potere alle multinazionali del petrolio; falliti i tentativi di far ripartire decisamente l’economia e l’occupazione con interventi statali mirati e di difendere la posizione egemonica mondiale degli Stati Uniti a fronte della crescita imperiosa della Cina, nuova potenza in ascesa inarrestabile.

Il nervosismo dell’attuale Amministrazione è tale da aver indotto il presidente a intervenire, in modo irrituale e anche supponente, nelle faccende economiche europee, accusando sostanzialmente il Vecchio continente di non riuscire a prendere decisioni efficaci per contrastare la crisi e di essere quindi in parte responsabile della mancata ripresa negli Usa. Vero, ma vero anche che sono state le banche del suo Paese a determinare la crisi, come gli ha prontamente ricordato Pierre Moscovici, neo-ministro delle finanze francese, a dimostrazione che col governo Hollande c’è stata una svolta decisa sotto ogni aspetto, e che siamo ben lontani dall’atlantismo ammiccante e un po’ succube di Sarkozy.

Dopo le frizioni con l’Unione europea, Obama ha deciso di cambiare linea e di attaccare frontalmente lo sfidante, il repubblicano Mitt Romney, proprio sull’economia, sia sul piano personale, evidenziando alcuni aspetti non proprio cristallini dei suoi affari privati, che su quello più strettamente politico, sottolineando come il suo programma fiscale preveda aumenti per la middle class destinati a consentire sgravi fiscali ai miliardari, e rimarcando la sua gestione opaca e fallimentare come governatore del Massachusetts. Un giudizio di parte, senz’altro, ma è indubbio che Romney sia un fautore della teoria economica del trickle-down, “il gocciolamento”, la folle idea, peraltro propugnata ormai da trent’anni, secondo la quale si deve dar modo ai ricchi di arricchirsi sempre più, perché così facendo la ricchezza finirà per “sgocciolare” anche sulle classi subalterne.

Un’assurdità che si è retta finora su due pilastri: l’avidità e la mancanza di etica delle attuali classi dominanti, e il loro potere assoluto di dominio sui mass media e sull’informazione in genere, che ha consentito di propugnare per decenni una teoria smentita quotidianamente dai fatti. Anche la scelta dell’ultra-conservatore Paul Ryan come vicepresidente rimarca questa linea, ideologicamente opposta a quella di Obama e dei democratici, che puntano invece alla creazione di un benessere diffuso, basato sul welfare in termini di sanità, aiuti alle famiglie, incentivi statali all’economia e via dicendo.

Secondo gli ultimi sondaggi, il presidente uscente sarebbe in vantaggio di sette punti sullo sfidante, al quale non ha comunque giovato la scelta di Ryan come vice. Ora entrambi i candidati giocano la carta del voto ispanico: Romney alla convention repubblicana di fine agosto a Tampa, con il senatore della Florida di origini cubane Marco Rubio, Obama puntando su Julian Castro, giovane sindaco di San Antonio (Texas), designato per il keynote speech, il discorso che aprirà la convention democratica in programma a Charlotte, North Carolina, tra il 3 e il 6 settembre, ruolo di prestigio che era toccato allo stesso Obama nel 2004.

Dopo le convention la sfida sarà più delineata, ma risulteranno determinanti anche i confronti televisivi diretti fra i contendenti: è soprattutto lì che Obama dovrà ritrovare tutto il suo carisma ed entusiasmo. Paradossalmente, il miglior alleato del presidente sembra essere la pochezza del suo sfidante, un “signor Nessuno” emerso dal nulla delle primarie repubblicane, mentre il peggior avversario pare essere la delusione e la disillusione che lui stesso ha creato nel suo elettorato di riferimento e in alcuni membri del Partito, primo fra tutti Al Gore, con le molte promesse mancate (fra le molte, la mancata chiusura di Guantanamo e lo scarso impulso alle energie rinnovabili). Come dire che Romney non può vincere le elezioni. Solo Obama può perderle.

Riccardo Graziano



SIR | Avvenire.it | FISC

PRELUM Srl - P.I. 08056990016