Un cristiano sul serio

 

Studioso stimato di storia del cristianesimo e appassionato protagonista della vita culturale e religiosa italiana, Franco Bolgiani è morto a Torino alla fine dello scorso luglio. Era nato a Milano nel 1922, da una famiglia originaria di Carignano.

Nella sua lunga attività ha saputo elaborare e diffondere la conoscenza dei fenomeni storico-religiosi con una rara capacità di muoversi su temi molto distanti: dalla letteratura cristiana antica alla storia della Chiesa ortodossa russa, dalla cristianità medievale ai processi di secolarizzazione in epoca contemporanea.

Formatosi alla scuola di Michele Pellegrino (divenuto poi arcivescovo di Torino), dagli anni Cinquanta ha insegnato nell’ateneo del capoluogo piemontese, trasmettendo la sua passione per la ricerca a centinaia di studenti. Ha collaborato alla nascita e allo sviluppo di numerose istituzioni, che hanno consolidato negli anni lo statuto scientifico delle discipline storico-letterarie religiose all’interno dell’università italiana, tra cui la Biblioteca di scienze religiose «Erik Peterson», la «Rivista di storia e letteratura religiosa», nata nel 1965, e la Fondazione «Michele Pellegrino», creata nel 1997 con l’obiettivo di organizzare convegni di studio e offrire borse di studio a giovani ricercatori. Nel 1970 è stato nominato membro dell’Accademia delle Scienze di Torino.

A fianco di questa intensa attività di studio, Bolgiani ha partecipato con intelligenza e curiosità alle vicende del cattolicesimo italiano del secondo dopoguerra. Aderente ai Laureati cattolici e al Meic, membro del Consiglio pastorale diocesano di Torino tra gli anni Sessanta e Settanta, si è costantemente impegnato per offrire ai credenti gli strumenti per capire i fondamenti e il significato della fede cristiana, senza nascondere le responsabilità della Chiesa per i travisamenti dell’essenzialità evangelica. Fece scalpore il suo intervento al convegno ecclesiale della Chiesa italiana «Evangelizzazione e promozione umana» del 1976: invitato a svolgere la relazione «I cattolici nella vita italiana degli ultimi trent’anni», sottolineò con franchezza (insolita per gli ovattati ambienti ecclesiastici) le gravi mancanze del cattolicesimo italiano del dopoguerra, in campo sia culturale, sia politico.

In quell’occasione, segnalò il continuo sfaldamento interno della Democrazia cristiana «con la lotta selvaggia fra le correnti: donde una alchimia di correnti che si riproduce a livello di alchimie di governo». Di fronte a una realtà in cui i cattolici avevano «perduto, sia politicamente sia ancor prima culturalmente, la possibilità di svolgere quella opera di equilibrata mediazione che, pur in mezzo a contraddizioni, era il legato della tradizione democratica degasperiana», Bolgiani osservava con una certa preoccupazione la tendenza alla formazione di un “blocco” cattolico conservatore, arroccato sulla difensiva, che riprendeva «le tesi del vecchio intransigentismo, solo però in una situazione che è ormai storicamente ben diversa».

Nella sua prospettiva, né posizioni di stampo reazionario, né il «disimpegno apocalittico», né la «diaspora» dei cattolici, potevano essere vie d’uscita per la Chiesa e per l’Italia in una situazione di pluralismo culturale e politico. Era necessario, al contrario, che i credenti fossero in «atteggiamento aperto di dialogo, ma senza perdere certe connotazioni essenziali cristiane, dando vita a punti e momenti di aggregazione culturale e sociale, di “promozione umana” se vogliamo dirli così, creando spazi sempre nuovi di libertà e di intervento», in particolare in campo politico.

Erano rilievi critici che Bolgiani non risparmiava neanche a esponenti della cultura laica, con cui aveva intessuto negli anni un confronto proficuo, caratterizzato da fiducia e rispetto reciproco. Durante il convegno su «Chiesa cattolica e modernità», organizzato nel 2004 dalla Fondazione Pellegrino, Franco Bolgiani rilevava come anche laici che avevano militato lungamente nelle fila dei partiti di sinistra si stessero ormai orientando «per fedeltà all’individualismo soggettivistico illuminista» verso una direzione opposta rispetto alla tradizione da cui provenivano, che aveva invece come riferimenti «il valore sociale del soggetto, la costruzione di una società più giusta ed equa a cui i singoli sono chiamati nel quadro di una società solidale». Era una tendenza che era considerata criticamente dal professore, perché proseguendo verso l’«illimitata accentuazione dello stesso soggettivismo individualistico», si arrivava «per coerenza storica, alla accettazione di un liberismo egemone, all’indiscutibile preminenza dei diritti del mercato, alla necessità crescente di agire adeguandosi a ciò a cui aspira oggi la “società dei consumi” che pretende di imporsi come la “modernità”».

La parresia (la “libertà di dire tutto”, la virtù che i padri della Chiesa ricordavano essere una dote necessaria per il cristiano) era per Bolgiani non soltanto un tratto caratteriale inconfondibile, ma il risultato di un’inesausta volontà di chiarezza, senza la quale tutto, compresa la fede, precipita in un’inutile quanto dannosa confusione. La ricchezza del suo insegnamento accademico e umano proveniva dalla convinzione che soltanto attraverso il dialogo tra saperi diversi e, ancora prima, tra persone dalle appartenenze differenti si può costruire una reale convivenza umana. La Chiesa, nella sua opera di annuncio del Vangelo e di promozione dell’uomo, doveva formare i credenti a questa cultura del dialogo, faticoso ma indispensabile.

Per questo motivo, Bolgiani riteneva che la cultura fosse innanzi tutto servizio e, in questo compito, non si è tirato indietro. Diceva, infatti: «Noi siamo qui, servi dell’Evangelo, figli della Chiesa, a pregare e interrogarci, per servire l’uomo in cui ci sforziamo di scorgere il volto di Cristo».

Marta Margotti



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