Spiragli dall'Europa

 

Dopo una lunga serie di vertici inconcludenti che hanno spesso provocato la reazione scomposta dei mercati, per non parlare dei commenti provenienti da Oltreoceano, il Consiglio europeo di Bruxelles del 28-29 giugno si è chiuso con l’avvio di quattro importanti linee d’azione che, come sottolineato da un protagonista disincantato degli affari italiani ed europei come Giuliano Amato, aprono un importante spiraglio verso il futuro.

La Germania, com’era prevedibile e per certi versi auspicabile, ha bloccato la piena assunzione di una responsabilità comune per i debiti nazionali e l’emissione di eurobond, almeno fino a quando non sarà pienamente operativa l’Unione fiscale e di bilancio. Quest’ultima richiederà ancora, prevedibilmente, parecchi anni, e fino ad allora continuerà a valere il principio, fondamentale per l’opinione pubblica tedesca, ma del tutto condivisibile (se si abbandona l’approccio “calcistico” di queste settimane), secondo il quale non si consente l’utilizzo della propria carta di credito a qualcuno di cui non si possono controllare strettamente i comportamenti di spesa. Al di là di questo principio basilare, il vertice di Bruxelles ha mostrato una dose sorprendente di buon senso, avviando due fondamentali meccanismi che potranno partire in tempi molto brevi, con efficacia particolarmente elevata sui mercati. Ci si riferisce alla centralizzazione della vigilanza bancaria in capo alla Bce e al varo di un pacchetto–crescita che costituisce l’ideale complemento del fiscal compact.

La prima decisione presenta un calendario particolarmente serrato e una valenza politica che forse i commentatori non hanno sufficientemente evidenziato, concentrandosi su una misura più “mediatica” come il cosiddetto “scudo anti-spread”. Entro il 31 dicembre 2012 sarà varato dalla Commissione un piano per la creazione di un meccanismo di vigilanza unico dei sistemi bancari, nell’ambito del quale l’Eurotower assumerà il ruolo di supervisione per l’area della moneta unica. Il nuovo sistema entrerà concretamente in vigore entro l’estate del prossimo anno. Ora, poiché parecchi casi, buon ultimo quello spagnolo, hanno dimostrato quanto sia rischiosa una vigilanza bancaria affidata alle sole autorità nazionali, una unica Authority, specie considerando le competenze di cui dispone Mario Draghi a Francoforte, dovrebbe permettere una migliore gestione e se possibile, prevenzione, delle crisi, che molto spesso sono state innescate proprio dal sistema bancario. Non è escluso che sul concreto si incontreranno degli ostacoli presso alcune banche centrali nazionali (presumibilmente, quelle dei Paesi più piccoli) restie a cedere alla Bce le proprie prerogative in materia di sorveglianza, ma il meccanismo è ormai avviato. Esso rappresenta una concreta cessione di sovranità da parte degli Stati nazionali ad un organo dell’Unione e quindi deve essere visto come un importante passo in avanti anche in senso politico.

Una volta operativo il sistema di vigilanza unico, verrà meno il circolo vizioso per cui in caso di crisi bancaria l’intervento a sostegno da parte del singolo Paese interessato finiva per impattare pesantemente sul proprio debito, provocando la svalutazione del portafoglio di titoli pubblici delle banche in difficoltà e aggravandone ulteriormente la situazione. Le banche potranno essere direttamente ricapitalizzate dall’Esm (European stability mechanism) senza passare per un prestito ai governi. Uno strumento di grande efficacia al quale, almeno per ora, rimane escluso l’accesso diretto ai prestiti della Bce, con il quale l’istituto di Francoforte sarebbe effettivamente divenuto, sia pure indirettamente, un prestatore di ultima istanza per le banche dell’Eurozona, funzione notoriamente non prevista nei trattati e che per essere attivata ne richiede una modifica sostanziale.

Per quanto riguarda poi il pacchetto-crescita, entro il 31 dicembre il Consiglio dei governatori della Banca europea degli investimenti (Bei) varerà un aumento di capitale di 10 miliardi di euro per potenziare la propria azione di finanziamento degli investimenti necessari a sostenere gli obiettivi dell’Unione. La ricapitalizzazione doterà l’istituto, grazie alla maggiore capacità di raccolta fondi che ne deriverà, di accrescere i prestiti erogabili di circa 60 miliardi di euro, il che dovrebbe mobilitare nuovi investimenti supplementari in tutta l’Unione, compresi i paesi più in difficoltà, per 180 miliardi di dollari circa. Partirà invece immediatamente una prima sperimentazione sui project bond, prestiti obbligazionari per il finanziamento di iniziative specifiche nei settori di servizi a rete di interesse europeo (energia, trasporti, banda larga).

Sullo scudo anti-spread, la terza fondamentale decisione del vertice di Bruxelles, si sono concentrati i commenti dei media, anche perché non era all’ordine del giorno del vertice e vi è entrato a sorpresa su iniziativa del governo italiano, cosicché la sua approvazione è stata letta, appunto, calcisticamente, come una vittoria dell’Italia sulla Germania, analoga a quella consumata sul campo in Polonia. Al di là del folclore, l’intesa prevede che i Paesi con i conti in ordine e ciononostante sottoposti ad attacco speculativo sui propri titoli, possano formalizzare una richiesta al fondo Esm, firmando un opportuno memorandum d’intesa, e ottenere l’intervento di questo ultimo sui mercati senza essere sottoposti a ulteriori misure di austerità. Gli acquisti di titoli pubblici saranno effettuati concretamente dalla Bce che però agirà solo per conto del fondo Esm, e quindi verranno meno le tensioni interne al comitato esecutivo della Banca derivanti dai controversi programmi di acquisti di titoli pubblici degli Stati membri avviati a partire dall’estate del 2011. L’entrata in vigore dello strumento sarà rapida, perché l’Esm diverrà operativo tra poche settimane, ma è ragionevole pensare che la sua sarà soprattutto una funzione di deterrenza rispetto alle velleità speculative dei mercati. Tanto che lo stesso Monti ha negato che l’Italia sia interessata a richiedere l’aiuto dello scudo anti-spread.

Infine, la quarta e ultima linea d’azione, relativa al consolidamento dell’Unione economica, è quella potenzialmente più importante, ma anche la più incerta e che senza dubbio richiederà tempi più lunghi perché implica una forte sterzata nella direzione dell’Unione politica, auspicata dalla Germania, ma che trova grossi ostacoli nei Paesi che temono di perdere completamente la propria sovranità sulle politiche di bilancio nazionali. In ogni caso, entro fine anno, il presidente del consiglio Van Rompuy, in collaborazione con i presidenti della Commissione, dell’Eurogruppo e della Bce dovranno predisporre un supplemento d’indagine, che consenta di stilare un pacchetto di misure più precise e possibilmente una road map per la loro adozione. Qui è inutile girare intorno al problema. L’obiettivo è la mutualizzazione del debito e quindi l’emissione di titoli di debito pubblico comune (eurobond, appunto) o, come si legge nello stile di Bruxelles, «l’introduzione di una responsabilità solidale sul debito pubblico». Come sottolineato in apertura, la Germania accetterà passi concreti in questa direzione solo in presenza di una quadro solido per quanto riguarda la disciplina di bilancio e la competitività, che a Berlino significa un ministero dell’Economia europeo. Un obiettivo difficile, ma estremamente ambizioso.

Antonio ABATE

 



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