Le riforme: in Italia solo fumo

 

Si torna a parlare di «riforme». In realtà non si è mai smesso: crediamo che questa sia la parola più usata (abusata) dall’attuale classe politica. E ugualmente crediamo che l’inconcludenza su questo tema sia, altrettanto, una caratteristica delle attuali istituzioni legislative.

Sembra che una classe politica incapace o inesperta cerchi di nascondere sotto il tappeto delle riforme annunciate e mai attuate una prassi fatta di discussioni a non finire, “fughe in avanti” con l’unico scopo di catturare i titoli dei giornali e di mantenere accesi i riflettori su carriere politiche altrimenti chiuse o da sempre oscure (è questo uno degli effetti voluti dell’attuale legge elettorale, altrimenti detta porcellum), rara improduttività legislativa di questo Parlamento.

Senza volerne qui valutare i contenuti, il “governo tecnico” ha ottenuto questo risultato: di arrivare a produrre leggi e riforme di parti almeno del sistema di welfare e di alcune strutture giuridiche fondamentali, su cui si era discusso per anni e che la compagine di Mario Monti ha dimostrato che si poteva intervenire rapidamente ed efficacemente. Certo questo ha voluto dire utilizzare in maniera massiccia quello strumento che è la “fiducia tecnica”, strumento da sempre utilizzato dai governi per “costringere” il Parlamento a smettere di discutere soltanto, e a “quagliare” qualche volta una qualche decisione.

I fatti di questi ultimi mesi, e altresì con una accelerazione tutta pre-elettorale in queste ultime settimane, hanno dimostrato l’inefficienza, il degrado dell’istituzione legislativa non in sé e quasi “per colpa” degli apparati, bensì per l’abuso che soggetti esterni ne hanno fatto. Sono emerse inequivocabili prove, alcune clamorose anche dal punto di vista della grandezza delle somme nonché del rilievo dei soggetti coinvolti, in proprio o attraverso le loro famiglie o cerchie familiari, dell’uso indebito che coloro che attraverso il meccanismo elettorale si sono fatti eleggere “rappresentanti del popolo”, un popolo che molto spesso non li conosce neppure, hanno fatto di queste istituzioni che dovrebbero essere il nucleo sacrale della cultura repubblicana.

Sono venute alla superficie l’incapacità a decidere, o meglio la cattiva volontà di prendere una qualsiasi decisione: estenuanti trattative senza alcun risultato, mosse tattiche, colpi di mano che durano un giorno, sono ciò che emerge del comportamento di persone e partiti che, soprattutto in una situazione economica e internazionale come quella presente, giocano col fuoco, e forse non se ne accorgono.

Il Presidente della Repubblica ha denunciato tutto questo, esercitando a pieno il suo ruolo di garante della Costituzione e altresì di custode delle istituzioni: le reazioni non si sono fatte attendere, e in primis si è gridato alla violazione della sovranità del Parlamento, della sua autonomia. Giorgio Napolitano non ha fatto altro che sottolineare come sia inutile, oggi, stare a discutere per giorni di riforme per le quali non c’è più tempo, di contenuti “rivoluzionari” per i quali storicamente e logicamente non può essere sufficiente una maggioranza di qualche parlamentare, ma è necessario quello che gli storici chiamano “clima costituente”.

La capogruppo del Pd al Senato, Anna Finocchiaro, ha definito «oggettive, nette, sagge e inequivocabili» le parole del Capo dello Stato: agli occhi d’un giurista e d’uno storico esse appaiono semplicemente normali. Napolitano ha esortato a dedicarsi a ciò che è possibile fare, senza rischiare di perdersi continuando a discutere su ciò che non è possibile fare o perché non se ne ha il tempo, o perché non se ne ha l’effettiva volontà. Non pochi commentatori da non poco tempo dicono che il continuo rilancio di sempre nuove ipotesi e proposte di riforme, sempre più (apparentemente, quanto meno) radicali, non sono altro che un rado fumo, fatto per nascondere la volontà che tutto rimanga come prima.

Per parlare di riforme qualche distinzione sarà utile: sul piano più generale e, per dir così, “politico” bisognerà distinguere fra le riforme fatte per il bene comune, con in vista i vantaggi per la vita dei cittadini e per la ordinata e vivace convivenza sociale; e le riforme fatte per il bene dei singoli o delle singole parti, protagonisti delle istituzioni politiche. Bisognerà altresì distinguere, sul piano questa volta tecnico-giuridico, fra le riforme costituzionali, che vanno ad incidere sul sistema stesso del nostro ordinamento istituzionale (che è un sistema complesso: abbiamo già scritto tante volte che non è possibile modificarne una parte senza influenzare tutti gli equilibri delicatissimi di cui la macchina si compone), e le riforme che potremmo chiamare “ordinarie”, che si possono fare con il normale meccanismo legislativo di qualsiasi legge, e che vanno ad incidere sulle modalità applicative della Costituzione.

E’ facile pensare che continuamente parlare, altresì rilanciando con poste sempre più alte, di riforme costituzionali serva a tenere lontana la possibilità che si arrivi a fare davvero qualche utile riforma ordinaria: è ancora possibile por mano ad una ragionevole e razionale riforma elettorale; non ci sono tempi e “clima” per cambiare (addirittura…) la forma storica dello Stato, da parlamentare a presidenziale; eppure di questo si parla, per nascondere la mancanza di volontà di parlar di quella.

Il governo tenta di indicare come terreno necessario per le riforme l’eliminazione delle inefficienza, delle irrazionalità, degli sprechi, delle mancanze di coordinamento negli apparati dello Stato e nella macchina pubblica: ma i poteri costituiti (ivi compresi i sindacati quando difendono soltanto i già occupati e dimenticano i giovani e le prospettive di nuova occupazione), e soprattutto coloro che oggi occupano il Parlamento offrono resistenza, preferendo baloccarsi con le riforme (e più queste sono difficilmente realizzabili, meglio è) rispetto ad un efficace lavoro di intervento sulle strutture, sugli ordinamenti, sui rapporti che già ci sono.

Ma per far questo occorrono “soltanto” buon senso, esperienza, conoscenza, umiltà; e voglia di lavorare. Sennò il governo sarà ancora costretto ad andare avanti a colpi di fiducia: non è il massimo, anzi, ma sembrerebbe essere l’unico strumento possibile.

Gianfranco GARANCINI

 



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