Fra partiti e leader piena confusione

 

Il vertice europeo della settimana scorsa, che ha registrato un accordo sul piano della crescita, anche se non mancano riserve e letture divergenti, ha segnato un evidente successo per la linea del premier Monti. Non solo ha agito sul piano della credibilità internazionale del nostro Paese (alle prese ora con una urgente politica di tagli), ma soprattutto ha sconfitto la speranze di quelle forze politiche che si attendevano un insuccesso del vertice per chiudere la partita col governo e andare alle elezioni anticipate.

Lo stesso ex presidente del Consiglio, Berlusconi, aveva in un certo senso affermato la fine dell’esecutivo con dichiarazioni antieuropiste generiche e azzardate.

Ora il risultato di Bruxelles ha rasserenato in parte il clima, per di più confermato dalla dichiarazioni positive dei tre partiti, Pdl, Pd e Unione di centro, che nei giorni scorsi avevano anche votato la fiducia al governo sulla riforma del mercato del lavoro. Se aggiungiamo i richiami del Capo dello Stato, che ha esplicitamente affermato che si andrà alle urne nel prossimo anno alla scadenza normale della legislatura e ha invitato i partiti tutti a evitare riforme costituzionali impossibili per le divaricazioni esistenti e a concentrarsi su quei pochi punti sui quali è possibile un’intesa (riduzione del numero dei parlamentari, riforma della legge sul finanziamento dei partiti, legge sulla corruzione) e soprattutto sulla non più rinviabile riforma elettorale, appare evidente che il discorso sulle elezioni ad ottobre è ormai improponibile. Nonostante i mali di pancia, l’irritazione e gli slogan di questo o quel partito o di pezzi della attuale maggioranza di governo.

Proprio perché il confronto tra i partiti (e anche il futuro politico dello stesso Monti, che alcuni, a cominciare da Casini, vorrebbero riproporre alla guida di un possibile governo di grande coalizione) è ormai iniziato, ci sono da registrare movimenti, tensioni e aspirazioni tra i partiti che stanno venendo sempre più alla luce del sole e che riguardano per ora più le alleanze con le quali presentarsi ai cittadini che i progetti di governo del Paese.

Il più lesto a muoversi è stato ancora una volta Berlusconi. Forse fiutando una tendenza al ricompattamento dell’elettorato moderato dopo la frantumazione registrata nelle recenti amministrative, il Cavaliere ha rilanciato una sua discesa in campo alla testa di un nuovo partito di centro-destra che inglobi anche Casini, con il quale chiedere il consenso degli elettori. Non escludendo di fare alcune riforme, d’accordo con il centro-sinistra, a cominciare dalla legge elettorale. Che questa intenzione, accompagnata dalla richiesta di ottenere il 51 per cento dei consensi, possa significare nel Popolo della libertà l’affossamento delle primarie che avrebbero dovuto incoronare Angelino Alfano, ci sembra una lettura riduttiva (all’ex presidente del Consiglio non interessa più di tanto chi sia il segretario del Pdl). C’è piuttosto in questa sua strategia l’affermazione di una leadership indiscussa, la sua, che Berlusconi ritiene sia l’unica in grado di fermare sia la corsa dei grillini, sia di recuperare (magari con una legge elettorale ad hoc) una Lega in evidente difficoltà e senza più Bossi. Senza questo accorpamento ogni vittoria del centro-destra sarebbe impossibile.

Per ora, questa disponibilità del Cavaliere è stata accolta con freddezza. Non solo da Casini, per il quale un grande partito moderato può essere possibile, ma con una chiara scelta europeista e senza una Lega che, domenica scorsa nel congresso nazionale di Assago, ha incoronato alla segreteria Roberto Maroni su una linea secessionista e contraria ad ogni forma di sostegno anche indiretto a Monti. Per di più i centristi di Fini e Casini guardano a quelle formazioni moderate, come quella di Luca di Montezemolo, che potrebbero presentarsi alle elezioni. Inoltre il ripristino della leadership di Berlusconi potrebbe aprire più di una falla nel Pdl, dove si avverte un crescente desiderio di fare a meno del Cavaliere (magari confinandolo in qualche onorifico incarico di padre nobile) e di ricostituire il partito attorno ad Alfano.

Anche nel centro-sinistra i movimenti in atto sembrano più dettati da vecchie e logore logiche che da una attenta riflessione sulle esigenze di una società in crisi che ha bisogno di un serio riformismo e non di perseguire schemi del passato che non esistono più. Il Pd sta preparandosi alle primarie, dalle quali dovrebbe uscire il candidato per la guida del governo. Questo non potrà non essere di coalizione. E quindi dovrà in qualche modo (sia che vinca Bersani, o Renzi o qualche altro candidato) uscire dal perimetro della sinistra riformista o estrema per acquisire i consensi di quei moderati che non da oggi non si riconoscono nell’attuale centro-destra).

La legge elettorale sarà pregiudiziale per definire ogni possibile coalizione. Per questo dovrà essere approvata in tempi rapidi. Non è indifferente, infatti, che resti o meno l’attuale porcellum. Invece di affrontare il tema delle primarie individuando il candidato che può raccogliere attorno a sé i maggiori consensi possibili dell’elettorato, sia Vendola, sia Di Pietro hanno alzato dei pali e dei paletti come se si trattasse di una partita da giocare solo all’interno di una sinistra con più leader che consensi. Vendola ritiene che nelle primarie non si può fare a meno di Di Pietro (nonostante le recenti prese di posizione del leader dell’Italia dei valori contro tutto e tutti). Entrambi poi chiudono la porta ad ogni intesa programmatica con i centristi di Casini.

Ogni leader di partito è libero di seguire la strategia che ritiene più favorevole. Berlusconi costruendo un partito a sua immagine o somiglianza. Vendola e Di Pietro dichiarando chi è dentro e chi è fuori. Ma le elezioni politiche saranno vinte da chi riuscirà a costruire la migliore coalizione possibile. E non da chi innalza bandiere rivoluzionarie che sono state sconfitte dalla storia recente e passata.

Antonio Airò

 



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