Don Puglisi, il martire

Padre Pino Puglisi, «don 3 P», come veniva chiamato, sarà presto nel calendario dei Santi e sarà venerato come un santo moderno, forse atipico, un martire dei nostri giorni, ucciso su commissione della mafia in odio alla fede.

Il suo ricordo, a poco meno di vent’anni dall’esecuzione compiuta da un killer con un colpo di pistola sparato a bruciapelo sulla nuca, è sempre vivo non solo a Palermo, dove operava, e specialmente nel difficile quartiere Brancaccio dove era parroco, ma in tutta la Sicilia, in Italia e certamente in varie parti del mondo dove si ammira il suo coraggio e la sua azione apostolica nei confronti dei giovani che ha tentato in tutti i modi di preservare dall’arruolamento nelle file della criminalità.

Benedetto XVI ha autorizzato la promulgazione del decreto che autorizzava l’apertura del processo da parte della Congregazione delle cause dei santi insieme a 14 servi di Dio nel giorno di san Pietro e Paolo. Don Puglisi è un martire, essendo stato ucciso in «odio alla fede». Dunque per lui non si devono registrare miracoli. I miracoli li ha già compiuti. Ha preservato migliaia di giovani dal crimine. E in testimonianza ha offerto se stesso. Quando lo hanno ucciso, ha avuto la forza di dire: «Lo sapevo. Vi aspettavo». Era il 15 settembre del 1993. Di sera. Di fronte alla sua parrocchia, San Gaetano, nel degradato quartiere Brancaccio, dove era stato destinato, dopo aver svolto apostolato in vari altri quartieri e luoghi della Sicilia.

«Non conoscevo quel sacerdote», ha confessato anni dopo il suo assassino, Salvatore Grigoli, accusato di diversi omicidi, «mi  dissero però che doveva essere ucciso perché dava fastidio a Cosa Nostra». A indicarglielo un altro «picciotto», Carmine Spatuzza. «Avvicinammo ‘u parrinu’», confessa ancora il killer, «come rapinarlo e gli sparai un colpo secco alla nuca con la pistola calibro 7,65 dotata di silenziatore. Nel suo borsello trovammo soltanto un biglietto di auguri per i suoi cinquantasei anni che compiva il quel giorno». Mandanti dell’omicidio furono i capimafia Filippo e Giuseppe Graviano, arrestati nel 1994. «Lo aspettavamo per fargli spegnere le candeline», rievoca suor Carolina Iavazzo, suo braccio destro, «e invece l’ho ritrovato steso all’obitorio con il sorriso stampato sul volto». Oggi come allora fortissima l’emozione del fratello Francesco. «Mi manca da vent’anni», ha  detto.

Don Puglisi è nato il 15 settembre 1937 a Brancaccio, quartiere periferico di Palermo. Il papà era calzolaio, la mamma sarta. Il giovane Pino entra nel seminario palermitano a sedici anni. Viene ordinato sacerdote il 2 luglio del 1960 dal cardinale Ernesto Ruffini. E al rito dell’ordinazione era presente anche il cardinale Camillo Ruini. E’ all’inizio degli anni Sessanta quando viene nominato cappellano presso l’orfanotrofio Roosevelt e poi vicario presso la parrocchia Maria Santissima Assunta a Valdese che don Puglisi comincia a maturare la sua attività educativa rivolta soprattutto ai giovani. Quegli stessi giovani che negli anni Novanta tenterà di strappare alla mafia e per questo finirà morto ammazzato.

Il 29 settembre 1990 Puglisi viene nominato parroco di San Gaetano, nel quartiere Brancaccio di Palermo, controllato dalla criminalità organizzata attraverso i fratelli Graviano, capi-mafia legati alla famiglia del boss Leoluca Bagarella. Inizia qui, dal sagrato della chiesa, la lotta antimafia di don Puglisi. Ogni giorno, quasi in una corsa contro il tempo, strappa dalla strada ragazzi e bambini che senza il suo aiuto avrebbero iniziato con piccole rapine per poi arrivare allo spaccio. La mafia non gradisce e lo condanna a morte. Sulla sua tomba, nel cimitero di Sant’Orsola a Palermo, sono scolpite le parole del Vangelo di Giovanni: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici».

Il riconoscimento del martirio, decretato dal Papa con la firma del prefetto per le Cause dei santi, cardinale Angelo Amato, il processo è molto avanti. Il vescovo di Palermo, cardinale Paolo Romeo, ha detto che la cerimonia di beatificazione avverrà a Palermo. «Questo è un giorno sognato e aspettato da tanto tempo, fin dal momento della sua morte», ha detto davanti al clero, ai seminaristi, ai direttori dei centri diocesani di pastorale a i giornalisti convocati al Palazzo arcivescovile per dare la notizia attesa da 19 anni. «Il martirio di don Puglisi», ha aggiunto il card. Romeo, « un sacerdote che ha sempre saputo coniugare l’evangelizzazione con la promozione umana, mette in luce le tenebre della mafia e del mondo dell’illegalità, smaschera il fatto che Cosa Nostra agisce in contrasto con il Vangelo. La mafia ha i suoi dei e i suoi idoli e su questi non intende cedere. La mafia è morte. Sull’esempio di don Puglisi dobbiamo rinnovare a fondo la nostra vita».

Naturalmente i siciliani sono in festa. Documentari e film vengono proiettati nei locali e trasmessi dalla Rai. Appena il parroco di San Gaetano, a Brancaccio, don Maurizio Francoforte, viene avvertito, fa suonare a festa le campane della chiesa: «Questa notizia è una vittoria per il riscatto del nostro quartiere».  

Il sindaco di Palermo Leoluca Orlando presente all’annuncio in Curia ha detto: «Una bellissima notizia che rende felice tutta la città di Palermo e tutta l’Italia». «Don Pino Puglisi», ha aggiunto, «è un martire che ha dato la sua vita in difesa degli ultimi e della legalità e che ha testimoniato con la sua intera esistenza il valore della solidarietà e dell’accoglienza. Le nuove generazioni dovrebbero prenderlo ad esempio perché è un faro nella lotta alla mafia». L’attore Luca Zingaretti, che ha interpretato don Puglisi nella fiction Rai «Alla luce del sole» ha detto che don Puglisi è «un testimone, un martire, ma soprattutto un prete della Chiesa che non ha avuto paura di sacrificarsi per una causa giusta, di lottare sulla frontiera del male, mentre la mafia elimina chi vuole sovvertire il suo codice criminale». Anche il filosofo Massimo Cacciari, interpellato, ha detto che «un santo non è necessariamente chi fa i miracoli, ma soprattutto chi è stato un vero testimone del suo tempo e che ha pagato con la vita questa sua straordinaria capacità».

Festa grande nella Chiesa cattolica, e nel suo centro, nella Basilica vaticana, per la solennità dei due fondatori della Chiesa, san Pietro e san Paolo. Il Papa ha imposto il Pallio a 43 nuovi arcivescovi, di cui tre italiani (Venezia, Cagliari e Taranto). Sono pastori provenienti da tutto il mondo e con loro Benedetto XVI si è incontrato a più riprese, ne ha parlato nell’omelia della Messa solennemente concelebrata, li ha intrattenuti a pranzo e ricevuti in udienza insieme ai familiari, amici e fedeli. Il richiamo costante è stato alla fedeltà e all’unione col Papa, come appunto il Pallio vuol significare. Nella stessa circostanza è intervenuta una delegazione del Patriarcato di Costantinopoli, inviata da Bartolomeo I, accolta con tutti gli onori, egualmente seduti alla stessa mensa. Con loro Benedetto ha esaltato i valori fraterni dell’ecumenismo. Significativa anche la partecipazione del Coro dell’Abbazia di Westminster che durante la Liturgia ha eseguito canti alla Cappella Sistina.   

Il Papa si è trasferito nella  residenza estiva di Castel Gandolfo dove si presume che terminerà il libro sulla Vita di Gesù. Per tutto il mese di luglio sono sospese le udienze. Rimane la recita dell’Angelus la domenica. In questo periodo il Pontefice ascolterà un concerto e il 15 celebrerà la Messa nella vicina Frascati. In agosto riprenderanno le udienze del mercoledì. Non è escluso che in questo periodo di ferie il Papa abbia dei colloqui importanti, in relazione alle vicende che si sono succedute nella Curia pontificia negli ultimi mesi. In settembre la visita apostolica in Libano e dal 7 ottobre il Sinodo dei Vescovi.

Antonio Sassone



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