Per una fiducia vera

 

Nei momenti difficili bisogna far leva sulle «riserve auree della fede» e della «cultura cristiana» per costruire un futuro più giusto e solidale, aperto a Dio e ad ogni uomo. Nel pieno di una crisi etica, prima ancora che economica, che rischia di travolgere due intere generazioni - quella dei quaranta-cinquantenni espulsi dal mondo del lavoro e quella dei ventenni costretti a un precariato a vita - l’arcivescovo di Torino mons. Cesare Nosiglia invita alla «fiducia» e alla «speranza», chiedendo alla Città di guardare a quel patrimonio di valori cristiani e civili che hanno sempre sostenuto la crescita non solo economica, ma anche sociale e spirituale.

L’invito del vescovo di Torino è arrivato domenica 24 giugno, durante l’omelia per la festa di San Giovanni Battista, patrono della città, in un Duomo affollato, presente l’arcivescovo emerito card. Severino Poletto. «I problemi sul tappeto sono tanti», ha ricordato mons. Nosiglia: dalla mancanza di lavoro (cresce la cassa integrazione, anche per i dirigenti), alla tenuta della solidarietà tra generazioni («Chi ha di più deve dare di più»), al compito primario dell’educazione («I ragazzi e i giovani sono i più colpiti dalla crisi») e a quello dei servizi alle fasce povere e bisognose. «La città sta reagendo alla grave crisi in corso con compostezza, equilibrio e responsabilità, ritrovando vigore e speranza. La Chiesa con la sua capillare presenza nel tessuto dei quartieri e la sua intensa opera di evangelizzazione, è chiamata ad offrire il suo contributo per tracciare le vie del futuro di Torino, facendo crescere quella forza morale e culturale che permette di guardare al domani con fiducia».

Ma attenzione, «fiducia» non significa ottimismo di facciata che umilia l’intelligenza, ha puntualizzato mons. Nosiglia. Così come bisogna respingere un certo pessimismo che tende a ridurre l’impegno di tutti. Occorre invece avere chiari alcuni obiettivi da perseguire con intraprendenza e spirito di collaborazione. Eccoli, allora, i «soggetti» che più gli stanno a cuore: la persona, la famiglia, la comunità. «La città non può essere un contenitore anonimo in cui predominano l’individualismo e l’utilitarismo, singolo o di gruppi», ha detto il vescovo ai tanti torinesi riuniti in Cattedrale, invitando tutti a nuovi stili di vita basati sulla sobrietà, sulla solidarietà e sulla fraternità. «E’ tempo di uscire da una mentalità assistenziale, di superare ogni possibile autoreferenzialità, basata su rendite di posizione acquisite che non tengono conto dei necessari sacrifici che ciascuno deve fare per il bene comune. Il grave ridimensionamento delle risorse pubbliche disponibili impone un cammino di crescita nella comunità». E’ arrivato il momento di dar vita a reti di collaborazione tra famiglie, parrocchie, istituzioni.

La parola chiave è «prossimità». Da quando è salito alla cattedra di san Massimo, mons. Nosiglia l’ha ripetuta molte volte. E in effetti nella città dei santi sociali, che tante risposte hanno saputo dare ai bisogni e ai problemi del proprio tempo, bisogna forse coltivare di più quella reciprocità, quel comune sentire, quella capacità di stringere alleanze che chiamano il singolo ad impegnarsi in prima persona per gli altri, come era tradizione fare nella Chiesa delle origini. «I nuovi poveri, quel cosiddetto ceto medio impoverito, ci chiedono di vivere di fraternità, di fare la piccola parte che possiamo, di stringere con loro concrete alleanze di reciprocità e di amicizia. Servono persone e famiglie che sappiano farsi prossime, accettino l’ascolto del vicino di casa, aprano gli occhi senza indifferenza». In altre parole, mons. Nosiglia chiede a ciascuno di noi di mettersi in gioco con la propria storia e la propria esperienza senza delegare a terzi (associazioni di volontariato, Caritas, organizzazioni non governative, ecc.) la soluzione dei piccoli, grandi problemi di oggi.

La Chiesa di Torino sta lavorando in questa direzione sostenendo e formando persone e famiglie che vogliano farsi segno dell’amore misericordioso di Dio e di una forma responsabile di solidarietà fraterna. Racconta mons. Nosiglia: «Quante volte arrivano segnalazioni che pongono alla mia attenzione la situazione di qualcuno che dorme abitualmente su una panchina pubblica o nella propria macchina o è disperato dentro la propria abitazione… E’ già un primo e significativo passo. Ma non basta. Cosa grande sarebbe che ogni famiglia contemplasse nel proprio bilancio mensile la voce “spesa per chi ha fame”, che si traducesse in qualche alimento in più aggiunto nel carrello delle spesa settimanale e poi offerto, tramite la parrocchia, o le associazioni che fanno riferimento alla diocesi o al Banco alimentare, a chi sommessamente chiede».

Tra le urgenze dei nuovi poveri ci sono il lavoro e la casa. Mons. Nosiglia si è detto vicino e solidale con i lavoratori sempre più numerosi che a causa della chiusura delle aziende vedono compromesso il proprio futuro e quello delle loro famiglie. «Mi rivolgo a loro con parole di speranza, perché credo che Dio, difensore dei deboli e di chi subisce ingiustizia, darà la forza per affrontare anche le prove più dure. E’ nel suo nome che chiedo agli imprenditori, alle parti sociali e alle istituzioni di cercare insieme vie concrete per evitare in questi tempi difficili dolorose chiusure, percorrendo soluzioni innovative che salvaguardino comunque il lavoro». Perché ricorda mons. Nosiglia - e sono pochi, oggi, in tempi di crisi e di riverenza alle spietate leggi del mercato e della finanza, capaci di dire queste stesse parole - il capitale più prezioso non è quello economico, ma quello umano, ricco spesso di professionalità, di esperienza e di generosa dedizione al proprio dovere.

Da qui la richiesta molto concreta di costruire opportunità di lavoro soprattutto per i giovani, promuovendo filiere tra ambiti produttivi che favoriscano la ricerca, l’innovazione, la creazione di nuova occupazione. Ma anche l’accesso facilitato al credito, affiancando risorse di privati disponibili a investire sui giovani. E poi la secondo proposta altrettanto concreta di aiutare le famiglie a rischio sfratto. Una priorità secondo mons. Nosiglia in una città, come Torino, con oltre 30 mila alloggi sfitti e tante famiglie che rischiano lo sfratto per morosità, seppur incolpevole. Per questo anche in occasione della festa del patrono ricorda un progetto presentato di recente per agevolare l’incontro tra domanda e offerta di alloggio da parte di proprietari privati. Anche in questo caso ci vogliono fiducia e speranza: «Occorre superare il timore e scommettere sulla possibilità di ridare fiato al mercato della locazione abitativa a prezzi calmierati. In particolare per quelle fasce di popolazione più debole, che solo attraverso l’edilizia popolare possono essere garantite nel loro bisogno di casa».

Parla di solidarietà dunque mons. Nosiglia, ricordando ai tanti che affollano il Duomo che dalla crisi si esce uniti o non si esce. Per questo lunedì 25 ha fatto seguire i gesti alle parole e ha incontrato davanti ai cancelli della Indesit di None, alle porte di Torino, i 300 lavoratori che vogliono salvare la fabbrica dalla chiusura (la proprietà vorrebbe spostare la produzione in Polonia). L’arcivescovo ha lanciato l’appello perchè tutte le parti coinvolte, dalla proprietà al governo, dalle istituzioni agli enti locali ai sindacati, ognuno secondo la propria responsabilità, «cerchino soluzioni alternative alla chiusura» e ha poi invitato a prolungare «se necessario il tempo delle trattative, perchè si giunga a definire concreti e sicuri sbocchi di lavoro. Scelte drammatiche come queste possono avere conseguenze molto dolorose e gravi non solo per i lavoratori, ma anche per tutto il territorio e per l’intero Paese». La vicenda dei lavoratori della Indesit, ha detto mons. Nosiglia, che nei giorni scorsi aveva già incontrato i sindacati e la proprietà, «mi coinvolge particolarmente, perché nella mia giovinezza quando mio padre era operaio alla Piaggio di Genova si è trovato di fronte alla scelta dell’azienda di trasferire lo stabilimento di Sestri Ponente a Pontedera». Fu una lunga vertenza, durata dieci mesi. Per questo, ha detto il vescovo agli operai, «vi assicuro l’impegno più concreto per favorire una soluzione positiva».

Infine, come un padre buono si preoccupa del futuro dei propri figli, così mons. Nosiglia si è rivolto ai suoi ragazzi con i quali fin dall’inizio ha scelto di avere un rapporto diretto e privilegiato. Per loro chiede un patto, una alleanza, una solidarietà tra generazioni. Obiettivo: recuperare i giovani ai valori veri della vita, indicando percorsi impegnativi ma possibili, ricchi di amore sincero ma anche di responsabilità.

«La nostra società ha cercato di addormentarli, chiudendoli nei loro ghetti dorati e permissivi, rovesciando su di loro un mondo di beni materiali e di proposte che danno soddisfazione ai sensi e alla vita spensierata. Questo però non basta a rendere felici e dare un senso alla vita. Così si sono bruciati i sogni e deluse le aspettative di generazioni che ci accorgiamo di aver perduto al nostro amore, alla responsabilità del loro domani, indifferenti e non impegnati come speravamo».

La colpa, conclude mons. Nosiglia, non è dei ragazzi, ma del mondo adulto che propone loro modelli basati sull’individualismo e l’utilitarismo conclamati come vie di felicità e di libertà, a scapito del bene comune. Attenzione ammonisce il vescovo di Torino, indebolire le fondamenta di un’educazione responsabile mina nel tempo la sopravvivenza stessa della società: «Indebolendo l’educazione etica e la cura dello spirito e della coscienza si formano personalità deboli, prive di nerbo, incerte e alla mercè di ogni messaggio dominante di cui diventano succubi e dipendenti».

Cristina MAURO



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