C'era una volta in Anatolia

 

Tre auto viaggiano nella notte nella provincia turca. Cercano qualcosa nell’oscurità: ogni collina, ogni albero potrebbero essere il luogo giusto. Su quelle auto ci sono un commissario con i suoi poliziotti, un procuratore e un medico. Conducono il sospettato di un crimine alla ricerca del luogo dove egli avrebbe sepolto il cadavere di un uomo. Il viaggio sembra girare a vuoto. Vagano senza risultati, si fermano a mangiare dal sindaco di un paesino, poi riprendono la ricerca….

Lo scorso anno, all’ultimo giorno di proiezioni del 64° Festival di Cannes, appena qualche ora prima del verdetto espresso della giuria (la vittoria del capolavoro «The Tree of Life» di Terrence Malick), sugli schermi del Grand Theatre Lumière era approdata la magnifica sorpresa di «C’era una volta in Anatolia», il film di Nuri Bilge Ceylan che, qualche ora dopo, si sarebbe aggiudicato il Gran premio della giuria e che, nel raccontare la ricerca di un cadavere sulle alture turche da parte della polizia, insieme all’autore dell’omicidio, segue un itinerario narrativo anomalo, perdendosi volutamente in divagazioni verbali e visive tanto inconsuete quanto affascinanti.

La perlustrazione notturna che lo spettatore segue fin dalle prime immagini, riprese in campo lunghissimo, di sequenza in sequenza sembra consapevolmente non approdare a nulla, nemmeno quando, dopo alcuni tentativi andati a vuoto, il corpo dell’uomo, così a lungo cercato, spunta davvero, legato e seppellito ancora vivo. «C’era una volta in Anatolia», che su quelle immagini potrebbe benissimo concludersi, invece non si arresta, prosegue, rivelando nelle sue due ore e trenta minuti di proiezione una ricognizione molto più intima e profonda di un comune espediente narrativo di stampo poliziesco. La macchina da presa del regista turco si avvicina con misurata lentezza ai volti del commissario, del procuratore, del medico legale, dell’assassino, li scruta, sembra volerne carpire i pensieri, che vagano oltre il luogo aspro e desolato in cui essi si trovano, sembra voler indagare il loro vissuto, le fragilità nascoste dietro ruoli e professioni.

E’ questa perifericità, parente stretta del cinema di Michelangelo Antonioni, a fare di «C’era una volta in Anatolia» un film sorprendente, ancor più dei precedenti lungometraggi di Ceylan («Uzak», «Il piacere e l’amore», «Le tre scimmie», tutti presentati con successo a Cannes), incapaci di stare nel solco di vicende che celano sempre qualcosa d’altro, di remoto, di inespresso, impregnati di una tangenzialità evidente e di un retroterra emotivo che gli interpreti del film rendono con eccellente magnetismo. Il loro smarrirsi nella steppa illuminata color ocra dai fari delle automobili della polizia, nel silenzio della notte, che contribuisce a creare quel senso di attesa per una conclusione della storia perennemente rinviata, e l’inseguire da parte della macchina da presa il rotolare di una mela staccata da un albero lungo un rivolo d’acqua sul dorso di una collina, mentre in sottofondo i dialoghi dei protagonisti tentano di chiarire gli aspetti oscuri della vicenda criminale, sono i momenti di non ritorno che disancorano la sceneggiatura di «C’era una volta in Anatolia» dai rigidi cardini a cui sembrerebbe agganciata.

Fino al punto di consentire una lettura generale dell’opera (approdata sui nostri schermi con il ritardo, grave, di un anno, ma non relegata, per fortuna del pubblico italiano, alla sola proiezione della Croisette) come sintesi ambivalente delle contraddizioni che pesano ancora oggi sulla Turchia. Un Paese contrassegnato da una spinta decisa verso la modernità a cui fanno da contrappeso tradizioni arcaiche e culture tribali.

Paolo Perrone



SIR | Avvenire.it | FISC

PRELUM Srl - P.I. 08056990016