Matrimoni ora basta scherzare

 

La proposta è giunta dall’America. Ad avanzarla è stata una psicologa, Elizabeth Brake, la quale con il suo saggio «Minimizing Marriage. Marriage morality, and the Law» (Oxford University Press) tenta di superare e risolvere le tante polemiche che oggi sono nate sulla famiglia. Oggi molte unioni affettive che non sono famiglia nel senso tradizionale del termine chiedono di essere considerate famiglia. Si sono subito formati due schieramenti. Quello favorevole, che ritiene una ingiustizia il mancato riconoscimento di queste unioni affettive alternative alla famiglia tradizionale, e quello contrario, che invece ritiene che le parole matrimonio e famiglia debbano essere riservate a quell’unione affettiva tra uomo e donna che è aperta alla procreazione/educazione dei figli, con un contratto stabilito con la società, con reciproci diritti e doveri.

Cosa propone la psicologa? Sembra l’uovo di colombo: il matrimonio minimo, cioè una unione che presenta la sola caratteristica della «relazioni di cura» (caring relationship). Non è necessario neppure un rapporto affettivo, basta l’impegno a prendersi cura l’uno dell’altro. In parole semplici: si possono denominare matrimonio e famiglia tutte quelle unioni in cui le persone si impegnano nel rapporto minimo della cura reciproca. Così accontentiamo tutti, conviventi, eterosessuali, omosessuali, monogami, poligami, e si mette fine alle tante polemiche che agitano le acque delle società e che creano inutili contrapposizioni e divisioni.

La proposta è piuttosto ingenua, perché non si tratta di modificare l’estensione delle parole, ma di modificare la realtà e il riconoscimento sociale della realtà. Non c’è alcuna difficoltà a denominare con lo stesso termine realtà diverse che hanno qualche elemento in comune. Usiamo il termine «automobile» per indicare tutte le macchine con motore e quattro ruote. E’ un termine generico. Ma quando si devono determinare le modalità di esercizio diventa necessario uscire dal genere e precisare le caratteristiche proprie di ogni specie di automobile. Non possono essere regolate dalla stesse norme le autoblindo, i tir, i furgoni, i gipponi, le berline, e le diverse specie di berline. Il bollo, le tariffe delle autostrade, le assicurazioni etc, sono misurate non sul fatto che sono tutte automobili, ma sulla specificità di ogni tipo di automobile. La stessa cosa vale per i vini, per i cibi, per l’abbigliamento, per la tassa sulla casa, per le professioni, per le attività, per il lavoro, etc. Non so come reagirebbero i produttori di parmigiano reggiano se il loro prodotto venisse messo allo stesso livello di qualunque altro formaggio, o i produttori di barolo se i produttori di altri vini pretendessero di avere lo stesso riconoscimento del barolo, e così via per mille altre realtà.

Indichiamo pure con gli stessi termini «matrimonio» e «famiglia» qualunque forma di unione caratterizzata dalla presenza della cura reciproca. Ma fatta questa operazione si apre poi un altro problema: con quali termini si indicheranno le diverse specie di matrimonio e famiglia? Se per esempio le unioni omosessuali vengono indicate col termine matrimonio e famiglia, come verranno indicate le unioni eterosessuali, aperte alla procreazione, con un impegno con la società? E soprattutto, se esistono delle diversità specifiche tra le diverse forme di matrimonio e famiglia, quali saranno le norme giuridiche di riconoscimento e di trattamento di queste diverse specie di matrimonio e famiglia?

La cosiddetta famiglia tradizionale, composta da un uomo e una donna aperta alla procreazione, crea non solo un patto tra le persone che la formano, ma stabiliscono un patto preciso anche con la società. Sono almeno sei i doveri a cui si impegnano e che vengono elencati nel codice civile: la fedeltà, la mutua assistenza morale e materiale, la coabitazione, la collaborazione nell’interesse della famiglia, il contributo di entrambi ai bisogni della famiglia, il mantenimento, l’istruzione e l’educazione della prole, e se vengono meno a questi impegni dovranno renderne conto alla società e stare alle condizioni che essa dispone in caso di separazione o di divorzio. E’ una specie di famiglia diversa dalle convivenze o dalle unioni omosessuali, dove non esiste alcun patto con la società nel modo di gestire il rapporto di coppia e il rapporto con i figli. Perché queste due unioni dovrebbero essere indicate con gli stessi termini e avere lo stesso riconoscimento e gli stessi diritti? Se si pone attenzione alla diversità dei formaggi, dei vini, della automobili, e di mille altre “cose”, perché non si dovrebbe mettere un minimo di attenzione alla diversità delle unioni e della presenza o meno dell’impegno che alcune unioni stabiliscono con la società?

Corollario provocatorio. E’ di pochi giorni fa («La Stampa» del 13 giugno) la notizia che il capogruppo Idv, Giuseppe Sbriglio, ha presentato un ordine del giorno perchè l’amministrazione comunale permetta che gli sposi «possano pronunciare le loro promesse alla presenza del loro animale domestico». Una specie di testimone aggiunto. Oggi si chiede di sposarsi con il cane, dove la preposizione “con” ha il significato di “alla presenza di…”. Ma domani non potrebbe evolvere e assumere il significato di “partner con il quale si stabilisce un patto matrimoniale”? Non si sa mai! Non ci sarebbe da meravigliarsi se qualche capo scarico pretendesse un riconoscimento matrimoniale nel rapporto con il proprio cane o altro animale domestico, fondando la sua richiesta sul fatto che l’animale domestico non è solo oggetto di affetto, ma soggetto attivo di affetto; non solo riceve affetto, ma dà affetto. Nel rapporto con alcuni animali domestici c’è una qualche forma di cura reciproca, come è confermato dal fatto dei cani che salvano i padroni e dimostrano una fedeltà maggiore della fedeltà degli umani. D’altra parte sono stati già destinatari di eredità favolose, e non si vede perché non potrebbero diventare ufficialmente partner in una relazione con il padrone, che nella sua estrosità potrebbe poi chiedere che questa relazione venga riconosciuta come matrimonio.

Si obietterà che è questione di buon senso, ma non raramente il buon senso viene abbeverato di fiele o addirittura ucciso. Anche nel recente passato il buon senso portava a pensare che il matrimonio avvenisse tra un uomo e una donna, e oggi invece si dice che non è scritto da nessuna parte che debba essere tra un uomo e una donna. Per questo nel matrimonio minimo oggi sarebbe prudente aggiungere che l’unione fondata sulla cura reciproca deve avvenire tra esseri appartenenti alla razza umana.

Giordano Muraro o.p.



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