Gli anni cruciali di Torino operaia

 

Diciamolo subito: «La fabbrica dei cattolici», un libro che sfiora le trecento pagine, scritto da Marta Margotti (ricercatrice di Storia contemporanea all’Università di Torino e da molti anni apprezzata collaboratrice de «il nostro tempo»), pubblicato dalle Edizioni Angolo Manzoni a cura della Fondazione Vera Nocentini, va letto con estrema attenzione, soprattutto da chi ha vissuto a Torino le vicende che vi sono raccontate. E l’attenzione più severa non basta, perché la lettura deve essere libera da ogni possibile pregiudizio (di destra o di sinistra).

Marta Margotti ha rappresentato nel libro una Torino che non c’è più, ma che c’è stata davvero ed ha segnato la vita di un paio di generazioni di uomini e di donne, così come ne ha formato o cancellato la sensibilità e l’esperienza religiosa. La precisazione temporale è scandita nel medesimo sottotitolo di copertina: «Chiesa, industria e organizzazioni operaie a Torino (1948-1965)». Diciassette anni di lotte sindacali, di confronti politici, di impegni della Chiesa locale (nel lunghissimo episcopato 1931-1965 di Maurilio Fossati) sul doppio piano dell’assistenza sociale ai più poveri e meno protetti, fra i quali molti immigrati dal Sud o da altre regioni del Paese, come il Veneto povero di allora; e del rifiuto della “mentalità del conflitto” che esasperava le tensioni all’interno delle fabbriche, e in particolar modo nel colosso imprenditoriale della Fiat diretta da Vittorio Valletta.

Ma non va dimenticato che è stata anche l’epoca in cui nella Chiesa il pre-concilio e il Concilio hanno agitato le acque di una riforma complessiva teologica, sociale e culturale, che a Torino ha trovato elementi di continua tensione grazie ai rapporti con il cattolicesimo d’Oltralpe, in Francia come in Belgio, dei preti-operai e della Joc.

Il libro tiene conto di tutto questo. E’ diviso in tre lunghi capitoli: «La Chiesa del “miracolo economico”»; «Gli operai in questione»; «Le contraddizioni del lavoro», a loro volta distinti in 6-7-6 capitoletti ciascuno e conclusi da dieci pagine riassuntive dal titolo «Alla ricerca dell’equilibrio». Se si vuole indicare un centro intorno al quale ruota tutta quella storia si può individuarlo della vicenda dei cappellani del lavoro, e in particolare di sei fra loro, definiti «la troyka», che furono i più noti e i più importanti: don Piero Giacobbo,  don Esterino Bosco, don Giovanni Pignata, don Tommaso Alciati, don Carlo Carlevaris e don Antonio Revelli.

Essi scelsero in tempi diversi, dal 1945 in poi, di vivere in comunità nel Centro cappellani del lavoro, con sede prima in via Donati, poi in via Perrone, infine in via Vittorio Amedeo II. Il Centro, attivo fin dal 1944, era stato riconosciuto ufficialmente nel 1948 con decreto del cardinale Fossati e in quell’anno contava ventidue cappellani, «affiancati saltuariamente da una quindicina di sacerdoti soprattutto per le funzioni pasquali». Nel 1950 erano ventitre, dieci anni dopo erano ventuno.

Essi dovevano occuparsi di lavoratori soprattutto nelle industrie di maggior peso: nel 1947 il totale era di 94 mila dipendenti, «di cui il 54 per cento apparteneva a quindici sezioni della Fiat. Nel 1960, le sezioni Fiat assistite erano ventisei con 80 mila dipendenti, oltre ad altre venticinque aziende con 30 mila lavoratori. La ripartizione era assai differenziata tra i diversi cappellani, dovendo assistere ciascuno tra i 5 mila e il 15 mila lavoratori».

Ma i numeri non hanno valore solo per sé stessi. Essi rendono ragione, nell’opera della Margotti, delle questioni che hanno contrassegnato un’epoca in cui la Chiesa era impegnata su molti fronti, talvolta difficili da coniugare, ma prima di tutto a contenere la crescente laicizzazione e scristianizzazione della società, non solo in Italia. Quei cappellani erano intesi dalla gerarchia ecclesiastica non solo come benefattori di una parte debole e discriminata dell’umanità, ma anche come custodi di una verità spirituale in un settore, quello del moderno lavoro industriale, in cui era in atto un conflitto che allora sembrava ineliminabile fra i “padroni” e la classe operaia ideologizzata dal marxismo.

Dall’altra parte rispetto alla Chiesa c’erano, appunto, i “padroni”. Cioé, a Torino, la Fiat e la sua dirigenza, che non si fece mai scrupolo di considerare i cappellani soprattutto come custodi dell’ordine, dell’armonia e della produttività intorno alle catene di montaggio delle automobili, e non si fece mai scrupolo nel denunciarne come “di sinistra” e quindi inaccettabili la difesa dei diritti di sciopero e delle rappresentanze sindacali, una difesa a cui quei sacerdoti non mancavano di partecipare convintamente.

L’azienda degli Agnelli arrivò a farsi diretta organizzatrice di eventi di natura religiosa, come i pellegrinaggi di massa dei dipendenti a Lourdes, attraverso il Ciss (Centro iniziative studi sociali) diretto dall’energico dottor Bussi. La coesistenza di Chiesa e imprenditori non è mai stata facile in quelle condizioni, e così si spiegano episodi drammatici e dolorosi anche all’interno della curia e fra gli stessi cappellani, come nel 1959 le dimissioni forzate di don Carlevaris, che era arrivato a scrivere in un volantino: «E anche gli operai si vanno imborghesendo. I ricchi stanno comprando gli operai: solo vogliono spendere poco, altrimenti l’affare sarebbe già fatto da tempo».

La sintesi forse più efficace di questa condizione critica dell’apostolato fra gli operai è citata dalla Margotti (a pag. 213) con le parole di don Esterino Bosco nella «Nota dei cappellani del lavoro in merito all’assistenza religiosa in Fiat» del 1960: «Si corre il rischio che si affermi una “aziendalità religiosa”, cioè che i cappellani vengano diretti dall’azienda e considerati dal pubblico come funzionari dell’azienda stessa, con evidente limitazione di quella autonomia che è caratteristica essenziale dell’azione apostolica. Il Centro difende invece il principio di una “religiosità aziendale”, cioè la necessità di una primaria dipendenza dall’Autorità diocesana, nei confronti della Comunità aziendale».

Insieme ai cappellani si muovevano allora gruppi diversi del cattolicesimo torinese e nazionale, più o meno attivi e a loro volta ricchi di contrasti, sempre giocati sull’anticomunismo: di partito (nella Dc, con il lungo conflitto Donat Cattin-Rapelli); del sindacato (dopo l’uscita della Cisl dalla Cgil nel 1948, fino alla scissione del Sida e poi dei Lld nel 1958); delle Acli, fino alla nascita del Mcl, e della Giac (che a sua volta aveva vissuto con tormento la crisi della presidenza centrale di Mario Rossi nel 1954). Innumerevoli i temi in discussione: dal lavoro delle donne al rispetto dei riposi settimanali, dal diritto di sciopero alla discriminazione di operai politicamente invisi alla direzione, e così via.

Nel libro della Margotti tutto torna a galla oggi, quando i tempi sono profondamente cambiati e la classe operaia stessa è diventato un concetto astratto, di pertinenza solo degli interessi degli studiosi, naturalmente a cominciare dall’autrice stessa. Alla quale, per chiudere, faremmo un solo appunto. Troviamo che non sia giusto il giudizio complessivo sull’operato dell’autorità religiosa di quel tempo espresso a pagina 161: «In linea generale, si può considerare che la Chiesa locale generalmente non fu capace di percepire la radicalità dei cambiamenti che stavano stravolgendo gli assetti economici e sociali di Torino», una città che in pochi anni arrivò quasi a raddoppiare la sua popolazione e dopo i primi due sindaci comunisti dell’immediato dopoguerra, Negarville e Coggiola, si era giudiziosamente affidata per oltre dieci anni all’avvocato cattolico Amedeo Peyron e alla guida politico-parlamentare della Dc, allora “centrista” prima di cedere alle tentazioni dell’”apertura a sinistra”.

Chi ha vissuto da adulto quegli anni sa che i problemi aperti con il “miracolo economico” e il conseguente “boom demografico” non si potevano risolvere molto diversamente da come lo furono in buona fede dalla classe dirigente, religiosa e politica, di allora. Pochi anni dopo, durante l’episcopato Pellegrino, tutto cambiò. Il “miracolo” sfiorì, cominciò il terrorismo, nel 1981 ci fu la “marcia dei quarantamila” che mutò radicalmente il panorama sindacale dentro la Fiat. Ma la colpa non fu dei cattolici e della Chiesa (e nemmeno, ovviamente, di Marta Margotti…).

Beppe Del Colle



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