I fiumi e i terremoti

L'ipotesi è curiosa e suggestiva. Alcuni fiumi devierebbero dal loro corso "abituale" per effetto di strutture geologiche nascoste, che sono anche all'origine dei terremoti nella Pianura Padana. Queste le conclusioni dello studio condotto da un gruppo di geologi dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), pubblicato nel 2003 sulla rivista specialistica «Annals of Geophysics», ma tornato di stringente attualità dopo il terremoto del 20 maggio scorso.

«La Pianura Padana», commenta Gianluca Valensise, ricercatore Ingv e coautore dello studio di nove anni fa, «è stata spesso snobbata dai geologi, che la consideravano "noiosa" (sicuramente meno interessante di un paesaggio dolomitico...); debolmente considerata dai sismologi, che spesso ed erroneamente hanno ritenuto che la sua piattezza indicasse l'incapacità di generare terremoti; e vista da molti semplicemente come un territorio utile per l’agricoltura e l'industria. Pur nella sua drammaticità, il terremoto del 20 maggio ne ha mostrato invece caratteristiche invisibili a occhio nudo, ma che in realtà ne condizionano profondamente l'evoluzione, creando ponti impensabili tra terremoti, geologia, uso del territorio e sviluppo della rete insediativa». C'è dunque da aspettarsi che questo terremoto darà impulso a una nuova stagione di studi e ricerca scientifica.

Dottor Valensise, come siete giunti a individuare le strutture geologiche nascoste nel sottosuolo, descritte nell'articolo pubblicato su «Annals of Geophysics»?

Le strutture sepolte sono ben delineate nelle mappature realizzate dall'Eni all'epoca d'oro dell'esplorazione petrolifera in Pianura Padana, tra gli anni Quaranta e Settanta del secolo scorso. Queste mappature utilizzavano la tecnica nota come «sismica a riflessione»: in pratica veniva fatto brillare dell'esplosivo e, con un gran numero di sismografi disposti lungo allineamenti opportunamente tracciati, si misurava il tempo di percorso delle onde sismiche tra la superficie, gli strati rocciosi sepolti che riflettevano parte dell'energia, e l'arrivo dell'energia in superficie. Questo consentiva di "disegnare" il sottosuolo e, in particolare, delineare le cosiddette «anticlinali», strutture derivanti dalla compressione degli strati rocciosi simili alle pieghe che si formano su un tappeto spinto contro il muro. Poiché il petrolio tende ad accumularsi nelle anticlinali, conoscere l'esatta posizione di queste ultime consentiva di perforare a colpo quasi sicuro ed estrarre petrolio (o gas naturale).

Il paragone con il tappeto è accattivante...

Sì è efficace, ma in realtà incompleto, perché trascura il fatto che nel mondo reale le anticlinali sono la riposta superficiale "morbida" all'accavallamento lungo le faglie delle rocce sottostanti (più rigide) che è alla base dei terremoti. E, in effetti, l'oggetto della nostra ricerca sono proprio le faglie, con l'obiettivo di arrivare a descriverne dimensioni e geometria.

Come si passa dal movimento della faglia profonda alla deviazione dei fiumi in superficie?

Il movimento della faglia profonda (collocata da 5-10 km ad alcune decine di km di profondità) genera un’anticlinale che, pur essendo completamente ricoperta da un materasso di sedimenti marini e alluvionali (spesso anche molte migliaia di metri), può comunque arrivare a deformare debolmente la superficie topografica, creando blande ma ampie depressioni o inarcamenti. Attraverso il tempo geologico l'attività tettonica (delle faglie profonde) finisce per interagire con il reticolo fluviale, attirando i fiumi nelle depressioni e respingendoli dalle zone che sono in crescita. Le deviazioni dei fiumi influenzano fortemente la struttura insediativa umana, costringendo le popolazioni ad abbandonare le aree depresse, spesso invase dall'acqua, e a spostare città e linee di comunicazione "all'asciutto". Le stesse deviazioni segnalano a noi studiosi dei terremoti quali tra le numerose coppie "faglia-anticlinale" presenti sotto la Pianura Padana sono ancora attive oggi e, quindi, sono in grado di generare terremoti.

Da quali movimenti terrestri sono determinati queste strutture sottorranee?

Sia l'Appennino che le Alpi sono catene montuose in evoluzione: la prima si sposta verso NordEst e la seconda verso Sud. Il sottosuolo della Pianura Padana è quindi il luogo di incontro delle due catene, che idealmente "strizzano" questa grande area depressa a una velocità che, secondo i dati satellitari (GPS), è dell'ordine del centimetro per anno. In questo grande meccanismo geodinamico bisogna distinguere il sollevamento delle due catene nel suo complesso, ad una scala dell'ordine dei 100-200 km e con una velocità massima di 1-2 metri per millennio, dal sollevamento delle singole anticlinali, misurabile alla scala dei 5-20 km e con velocità che non superano i 50 cm per millennio. Poiché le anticlinali crescono lentamente e poiché, invece, la pianura tende a essere velocemente colmata di sedimenti, è molto probabile che queste strutture restino sepolte per sempre, fino addirittura a essere letteralmente "soffocate" e bloccate dal peso dei sedimenti soprastanti.

Di che entità sono le deviazioni imposte ai corsi d'acqua?

Le deviazioni fluviali possono essere imponenti. Il Po, ad esempio, fino al XII secolo d.C. passava per Ferrara e si divideva nel Po di Primaro e nel Po di Volano, che sfociavano nell'Adriatico rispettivamente a sud e a nord delle attuali paludi di Comacchio. Con la disastrosa alluvione di Ficarolo nel 1152 il Po abbandonò questo percorso e si riassestò come Po di Goro e Po di Tramontana, parecchie decine di km più a nord. Tutto questo per effetto della progressiva crescita di un’anticlinale che poi, guarda caso, coincide con la dorsale sepolta nota come "dorsale ferrarese" all'origine del terremoto del 20 maggio scorso. Sul lato meridionale della stessa anticlinale il fiume Reno incontrava difficoltà analoga a "svalicare" la dorsale ferrarese, e questo avveniva proprio tra Finale Emilia, Sant'Agostino e Bondeno, cioè tre tra le località maggiormente colpite dal recente terremoto. Con i secoli il Reno si è quindi trasformato da affluente del Po a corso d'acqua che, con enorme fatica, tenta di andare verso il mare autonomamente.

Lara Reale



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