Amarezza, ma la Chiesa sopravviverà

Rifugiati nell’amarezza, tuttavia a dire: la Chiesa sopravviverà al Vaticano. L’arresto del maggiordomo di Benedetto XVI, Paolo Gabriele, e il precedente siluramento, brutale ma inesorabile (a leggere le nove “accuse”: incapacità di portare avanti i doveri di base, di essere informato sulle attività dell'istituto e mantenerne informato il cda, non aver partecipato ai lavori del cda, mancanza di prudenza e precisione, incapacità di fornire spiegazioni sulla diffusione dei documenti in possesso, diffusione di notizie imprecise, incapacità di rappresentare e difendere la banca di fronte ai media, eccessivo accentramento e comportamenti sbagliati), di Ettore Gotti Tedeschi, presidente dello Ior, la “banca del Vaticano”, vorrebbero essere gesti di forza e di trasparenza, a cancellare con platealità l’alone di confusione che da troppi mesi avvolge l’area vaticana. Sconfortata e lucida la tesi di Benedetto XVI: riviviamo la Babele.

Aveva già parlato di «lupi», nei dintorni. Adesso, qualche volatile. Lo Ior era rimasto per molti nelle sembianze di un perverso manager, mons. Marcinkus, cacciato via negli anni Settanta. Toccò a un cattolico pulito come Nino Andreatta, ministro della Repubblica, salvare la Chiesa dalle sue sozzure.

Dal 3 giugno il Papa sarà a Milano per l’Incontro mondiale delle famiglie, solo lui pare possa fermare e invertire questa deriva. Sarà tutto da ascoltare. Ogni tanto, la storia occorre ricominciarla. Doveva essere un inizio di settimana diverso, questo. Era stata preannunciata per lunedì una resurrezione programmatica dei cattolici italiani, una “Todi 2”, un nuovo Manifesto per «una buona politica per tornare a crescere». Firme collaudate: Acli, Coldiretti, Compagnia delle Opere, Confartigianato, Confcooperative, Cisl e Mcl. Ecco invece, a scavalco, l’insorgenza del sovrapenalizzato (?) maggiordomo, “devotissimo” del Papa, “devotissimo” anche il presidente dello Ior, che il Papa l’aveva ausiliato nella composizione dell’ultima enciclica, la Caritas in veritate (come dare “anima” al mercato). Adesso, tutto a scorrere nel perverso, a scavalco delle mura vaticane, il senso di un disordine sistemico, mezzo mondo a scriverne, una piccolissima citazione sull’«Osservatore romano».

Todi 2, nel fosco clima romano, è tuttavia un risultato volonteroso. Todi 1, nell’ottobre scorso, contribuì a porre le premesse del governo Monti. Allora, se non fu una rivoluzione, fu almeno una novità di rilievo. Non segnò la rinascita di un partito cristiano, diede voce al desiderio di mobilitazione culturale e politica dei cattolici. La fase 2, ora introdotta (si dice, si spera), sarà a scenario diverso. Anche perchè taluni dei primi protagonisti (Passera, Ornaghi e Riccardi) sono diventati ministri, il discorso incrociato con settori della Chiesa si è fatto più circostanziato, oltre il coinvolgimento ambiguo di prima. Per adesso, sette sigle, quelle del mondo del lavoro, hanno messo a punto un documento: obiettivi in dieci cartelle, unitamente a 29 contributi elaborati da esperti e intellettuali di area cattolica. In sostanza, un Manifesto, a segnare una prima tappa, una possibile articolazione sul territorio; in autunno un convegno nazionale, nella stessa cittadina umbra.

Al momento, il sopravvenuto scenario vaticano non dovrebbe disgiungere gli intenti dei sette. Occorre, comunque, anzitutto ricucire stile, rimuovendo la bacata morale dell’anonimato che negli ultimi anni, negli ultimi giorni, ha fatto registrare non solo fughe di notizie, neanche solo tradimenti, ma «pezzi di una strategia della tensione», ripartite tra comparti, settori, livelli, ordinamenti. Una strategia adesso sfuggita di mano, anche a chi intendeva giovarsene. Molto “italico”, se si vuole, molto “romano”, per consolarsi a metà. Da allora ai dossier completi, il passo è stato breve, come quello descritto in «Vaticano Spa» di Gianluigi Nuzzi (250 mila copie vendute, tradotto in dodici lingue), adesso in libreria anche con «Sua Santità, le carte segrete di Benedetto XVI», tra colpi e contraccolpi, a incidenza sempre più desolante.

E’ evidente che la Chiesa ha patito anche del calo di livello intellettuale della dirigenza, della carenza di confronto, anzi spesso di accantonamento del dialogo, in un mondo cresciuto in domanda, anche in presunzione, ma non tutto negato all’ascolto. Atteggiamenti confinati spesso in un “credo” senza penetrazione motivata, talvolta circoscritto tra valori detti “non negoziabili” (quando “negoziare”, in sé, non è rinunciare ai valori, semmai sarebbe per investirli). Neanche hanno giovato, anzi, hanno spesso danneggiato, tentativi dominanti, a pura espressione di potentato (l’assurda manovra “vaticana” di acquisto della clinica San Raffaele, a dirne uno) stabilito preso la segreteria di Stato vaticana, impersonato dal card. Bertone. Più in là, con contraccolpi anche per la conduzione della Conferenza episcopale italiana, governata da un propositivo card. Bagnasco. Questione, adesso, non solo dei vescovi, ma soprattutto dei vescovi e di una correlazione propositiva con un laicato, via via fatto “adulto”, rispettabile.

Singolare che vi siano stati sussulti di attesa, imperniati sul card. Carlo Maria Martini. Addirittura, si è letto di una perorazione, a lui attribuita, per un Vaticano III. L’episodica è nota, non gli appartiene. Semmai, tutto condivisibile un suo ribadito, inascoltato, suggerimento intorno a questioni prime. C’è da temere che il ribadito impianto “centralista” curiale implichi il rischio di non sanare una delle piaghe della crisi contemporanea, vale a dire l’unanimismo e il conformismo di una Chiesa che, nella sua immensità costitutiva, è diventata centralizzata e personalizzata sulla persona del Pontefice. Impressiona, in tutta comprensione, la sconvolgente fatica del pontificato, perfino l’eventualità (accennata e respinta) delle dimissioni. Occorrerebbe promuovere una linea di riequilibrio di “assetti costituzionali”. Giancarlo Zizola, evocando il primo quinquennio di Benedetto XVI, aveva sottolineato quella sua «azione di purificazione radicale». Quindi auspicando un suo contributo forte («per quanto le sue visioni della riforma siano timide») a mettere la Chiesa in uno stato di autoriforma. Il Vaticano II aveva già detto in proposito.

Il card. Martini, comunque, ha introdotto un suggerimento dei suoi («Corriere della sera» del 26 maggio scorso): «Si ricordi quanto è successo duemila anni fa… Questa vicenda è nata anch’essa da un tradimento, da un’azione malvagia: dobbiamo chiedere perdono come Chiesa a tutti… La Chiesa perda i denari, ma non perda se stessa. Perché quanto è accaduto può avvicinarci al Vangelo e insegnare alla Chiesa a non puntare sui tesori della terra». Detto, per ricordare.

Giorgio Grigolli



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