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L'agosto di Francesco la pace e il volo in Corea

Le drammatiche situazioni in Terrasanta, in Medio Oriente e in Iraq preoccupano papa Francesco, che si rivolge direttamente ai responsabili dei governi chiamandoli al telefono, fa pubblici appelli, esorta i fedeli alla preghiera. A qualche settimana dallo straordinario incontro in Vaticano tra cristiani, ebrei e musulmani, con i massimi rappresentanti dei due popoli di Terrasanta, Peres e Abu Mazen, a meno di cinquanta giorni dall’abbraccio a Gerusalemme con i leader, i conflitti sono riesplosi con violenza anche maggiore rispetto al passato, causando morti tra la popolazione indifesa, tra i giovani e i bambini.

Papa Francesco ha preso il telefono e ha telefonato ai due Capi di Stato rinnovando gli appelli, richiamando alla ragione, esortando al negoziato. Tutte le parti e quanti hanno responsabilità politiche si adoperino per una tregua: questo l’appello di Francesco. E ai fedeli riuniti in piazza San Pietro sotto un sole cocente ha chiesto di pregare in silenzio. Bergoglio esorta «a perseverare nella preghiera per le situazioni di tensione e di conflitto», in particolare «in Medio Oriente e in Ucraina». «Il Dio della pace», ha detto all'Angelus, «susciti in tutti un autentico desiderio di dialogo e di riconciliazione. La violenza non si vince con la violenza. La violenza si vince con la pace».

Appello anche per la situazione dei cristiani costretti a lasciare le zone dell'Iraq controllate dai miliziani jihadisti dell'Isis. «Ho appreso con preoccupazione le notizie che giungono dalle comunità cristiane a Mosul e in altre parti del Medio Oriente, dove esse, sin dall'inizio del cristianesimo, hanno vissuto con i loro concittadini offrendo un significativo contributo al bene della società. Oggi sono perseguitati, sono cacciati via, devono lasciare le loro case senza avere la possibilità di portare niente. Assicuro a queste famiglie e a queste persone la mia vicinanza e la mia costante preghiera». Ma prevale la fede in Dio, la fiducia che il bene trionferà sul male, perché il bene viene da Dio, il male da demonio. Usa un vocabolo forte: «Il demonio è uno “zizzaniatore”, cerca sempre di dividere le persone, le nazioni e i popoli. Ha seminato il male in mezzo al bene, così che è impossibile a noi uomini separarli nettamente; ma Dio, alla fine, potrà farlo. Dio guarda nel “campo” della vita di ogni persona con pazienza e misericordia: vede molto meglio di noi la sporcizia e il male, ma vede anche i germi del bene e attende con fiducia che maturino. Dio è paziente, sa aspettare». Però «la pazienza evangelica non è indifferenza al male».

Pensieri, preoccupazioni, fede. Sotto il solleone, la Corea dal 13 al 18 agosto. I Papi non si erano spinti fino là, ad Est, al fatidico trentottesimo parallelo, ai confini di un mondo complesso ma affascinante, misterioso, dove si affollano regimi, razze, religioni. Ma Francesco è gesuita come Matteo Ricci, che in Cina fu bene accolto in uno scambio di culture e di costumi. Quella Cina che, contrariamente a un detto corrente, non è vicina e, malgrado le aperture, nega alla Chiesa la facoltà di nominare i vescovi. La Corea è divisa in due, sorte non benigna che è toccata anche ad altri Stati nell’ultimo secolo e negli ultimi decenni. Basterebbe pensare, di fronte a noi, sulla sponda del Mediterraneo, all’isola di Cipro, divisa tra greci e turchi. Prove di dialogo, dunque, in Asia col shintoismo, il buddismo e altre confessioni religiose. Ma soprattutto incontro con la gente, tutti figli di Dio quale che sia il colore della loro pelle. In Corea, nei giorni della Madonna Assunta, lo chiamano i vescovi e i giovani. Li incontrerà a Dajeon e a Seul. Folla, discorsi, riti, preghiere, abbracci, che si sintetizzano e si sublimano nella beatificazione di 124 martiri. Anche del loro sangue si sono imbevute quelle terre.

Niente ferie, tanto meno villeggiatura per Francesco, che i fedeli seguono passo passo. Questa settimana fa un doppio blitz a Caserta, denominata «Terra del lavoro», contigua alle zone napoletane inquinate dalla camorra. Va per visitare la chiesa di un pastore protestante, suo amico. Ma poi ci torna, di lunedì, per incontrare la popolazione e celebrare per loro la messa. Se ne rallegrano i casertani, insieme al cardinale Crescenzio Sepe, nato qui, ora arcivescovo di Napoli, metropolita della Campania. I napoletani lo attendono, così come lo attendono a New York. Il sindaco della metropoli statunitense, Bill De Blasio, originario di Sant’Agata dei Goti, è in vacanza in Italia con moglie e figli. Non ha un’udienza dal Papa, ma l’arcivescovo newyorkese ha chiesto a Bergoglio, dietro sollecitazione del sindaco De Blasio, di trovare posto nella sua fittissima agenda (Albania, Sri Lanka, Sinodo dei vescovi) per andare a salutare i cattolici Usa.

«La ’ndrangheta è negazione del Vangelo», hanno scritto a caratteri cubitali nel comunicato ufficiale gli arcivescovi e vescovi della Calabria riuniti in seduta straordinaria a Paola, nel convento di San Francesco, per mettere a punto la «linea pastorale» aggiornata dopo l’episodio di Oppido Mamertina, con l’inchino della statua della Madonna al boss mafioso condannato all’ergastolo, e la scomunica sancita a Cassano allo Jonio da papa Francesco. La ‘ndrangheta, hanno scritto i presuli della Conferenza episcopale calabra, «non è solo un’organizzazione criminale che come altre vuole realizzare i propri illeciti affari con mezzi altrettanto illeciti, ma, attraverso un uso distorto e strumentale di riti religiosi, è una vera e propria forma di religiosità capovolta, di sacralità atea che rischierebbero, se non rimosse, di minarne l’autenticità». Le diocesi, si ricorda, «ne hanno discusso nei Sinodi dagli anni Settanta. La Chiesa tutta ha reso esplicita la condanna delle mafie, accompagnata dall’invito al pentimento e alla conversione evangelicamente intese.

Nella nota pastorale è stata espressa con ferma chiarezza la condanna assoluta della ’ndrangheta e di ogni altra organizzazione che si opponga ai valori del Vangelo: rispetto per la vita, dignità di ogni persona e impegno per il perseguimento del bene comune. Quanto alle espressioni della pietà popolare, come le processioni, si ribadisce che il vescovo competente territorialmente, con i suoi organismi collegiali di partecipazione e corresponsabilità, è l’unico idoneo a valutare la realtà dei singoli fatti ed episodi. In conclusione, i vescovi della regione sono determinati a darsi e a seguire criteri pastorali comuni, a partire dalla convinzione che la tradizione popolare è un tesoro da custodire e valorizzare come una genuina manifestazione di fede.

Antonio Sassone

 



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