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L'Ucraina peserà sul nostro futuro

La ripresa è in ritardo, e potrebbe anche, nell’ipotesi peggiore, slittare al prossimo anno. Intendiamoci: nulla di particolarmente drammatico se confrontato con l’ultimo biennio, dove il Pil italiano è caduto complessivamente di circa quattro punti percentuali. La lunghissima recessione iniziata nel 2008, e che ha sottratto all’economia italiana quasi dieci punti di prodotto e un quarto della produzione industriale, è finita. Il problema è che il rimbalzo tanto atteso fatica a manifestarsi, e ovviamente ne risentono, e qui la drammaticità della situazione non può essere negata, i livelli occupazionali.

E’ noto, infatti, che esiste un marcato sfasamento temporale, nelle fasi di ripresa, tra produzione e occupazione; le imprese, di fronte ad un incremento della domanda e dei livelli di attività, dopo una lunga congiuntura negativa, reagiscono innanzitutto attraverso riorganizzazioni interne, utilizzo del lavoro straordinario, ricorso al magazzino, e solo in un secondo momento, quando la ripresa ha acquistato consistenza e ha dimostrato di non essere un fenomeno temporaneo, riprendono ad assumere. Nel momento in cui le proiezioni rinviano ulteriormente l’avvio della ripresa, risulta spostato in avanti anche il miglioramento occupazionale, che nel nostro Paese costituisce senza dubbio il principale problema sociale. Se con una variazione positiva dello 0,8 per cento del Pil nel 2014 (scenario prefigurato dal governo fino a poche settimane fa) si poteva ipotizzare una sostanziale tenuta dei già sacrificati livelli occupazionali nell’anno e l’avvio di una inversione di tendenza nel biennio 2015–2016, ora diviene molto concreta la possibilità che da qui alla fine dell’anno si assista ad un’ulteriore riduzione dei posti di lavoro e quindi allo slittamento di un anno del pattern della ripresa.

Dopo la molteplicità di segnali sfavorevoli, dalla sorprendente variazione negativa del Pil del primo trimestre fino al recentissimo dato su ordini e fatturato, che evidenzia preoccupanti cedimenti anche sul fronte della domanda estera, il ritardo è stato sostanzialmente ufficializzato dalle dichiarazioni del ministro dell’Economia Padoan e dal Bollettino economico della Banca d’Italia. Nel documento di via Nazionale, reso pubblico lo scorso 18 luglio, si evince infatti che, sul piano congiunturale, il primo semestre è andato sostanzialmente perduto: dopo la variazione negativa dei primi tre mesi, legata in parte a fattori stagionali (il caso della domanda e della produzione di energia in un inverno eccezionalmente mite) la produzione industriale a maggio ha subito una flessione inattesa comune a tutta l’area euro, di modo che le informazioni disponibili, secondo Bankitalia, suggeriscono un ristagno dell’attività anche nel secondo trimestre.

A questo punto la previsione di crescita del Pil per il 2014 nel suo complesso è stata rivista allo 0,2 per cento «con rischi al ribasso», come a dire che non si può escludere una completa stagnazione nella media dell’anno, mentre per il 2015 la stima migliora dal precedente +1 a +1,3 per cento, come a testimoniare che la mancata crescita nel 2014 potrebbe essere parzialmente “recuperata” l’anno successivo.

Sempre nel documento della Banca d’Italia, si può leggere che il quadro prospettico delineato, di per sé non particolarmente entusiasmante, presuppone la coerente attenzione delle misure, nazionali ed europee, di politica economica volte a sostenere il potenziale di crescita dell’economia, ed è soggetto a variazioni legate al rischio di un rallentamento della ripresa nelle economie emergenti anche a fronte dell’aggravarsi delle tensioni geopolitiche internazionali.

Nel linguaggio estremamente paludato che è un po’ il marchio di fabbrica della Banca d’Italia viene pertanto proposta la diagnosi e, per certi versi, anche la terapia da adottare di fronte ai tentennamenti dell’economia. La chiave è costituita infatti, sul fronte interno, dalle riforme strutturali, e su quello globale, dalle tensioni internazionali.

Con riferimento al primo aspetto, è evidente che il legame tra riforme e crescita, per quanto certo, non è di brevissimo termine, ma è sicuro che, se la loro implementazione latita, la crescita dell’economia non potrà che ritardare. E’ assolutamente fondamentale che il governo porti a casa il maggior numero di riforme, con tanto di regolamenti attuativi e tutto ciò che occorre, nel più breve tempo possibile. Il desolante spettacolo offerto dal Senato, con migliaia di emendamenti che ritardano l’approvazione delle riforme costituzionali, non può che agire negativamente sul clima di fiducia. Il governo deve usare il capitale di credibilità del voto europeo per rompere il più rapidamente possibile le resistenze, sia quelle strettamente politiche sia quelle, ancor più pericolose, che si manifestano nella macchina della pubblica amministrazione.

Parlare a questo punto di una manovra correttiva sui conti pubblici non avrebbe senso. Il Rapporto tra indebitamento e Pil è ben al di sotto del 3 per cento nell’ipotesi di primavera del governo, e anche a fronte di una sostanziale crescita zero nel 2014, il deficit strutturale (corretto con le variazioni del ciclo economico) risulterebbe invariato. Se il rapporto si avvicinerà al 3 per cento senza superarlo, si dovrà lasciarlo fare, perché una correzione aggraverà ulteriormente lo stato delle aspettative e innescherà ancora una volta il circolo vizioso del rigore ritardando la ripresa. In Europa, lo scambio tra riforme strutturali e tempo per il pareggio di bilancio dovrà funzionare senza incertezze, ma questo naturalmente dipenderà dalle riforme che il governo riuscirà a portare a compimento.

Questo è quello che l’Italia può e deve fare a casa propria, ma molto dipenderà anche dallo scenario internazionale. La crescita del nostro Paese è infatti legata a doppia mandata alla dinamica dell’economia dell’area euro, e in particolare di quella tedesca, che rappresenta il nostro primo partner commerciale. E qui le preoccupazioni non mancano, perché dopo un eccezionale primo trimestre la locomotiva economica tedesca ha perso notevolmente slancio nei primi due mesi primaverili, tanto che, secondo le stime della Bundesbank, nella migliore delle ipotesi il secondo trimestre si chiuderà con una variazione nulla rispetto al primo (il dato sarà diffuso dall’Ufficio federale di statistica il prossimo 14 agosto) soprattutto a causa degli effetti della crisi ucraina sulle economie dell’Europa dell’Est e delle ricadute delle sanzioni imposte alla Russia.

Il legame economico tra Germania e Russia è infatti fortissimo, considerando l’evidente complementarità tra il primo produttore mondiale di materie prime energetiche e il primo esportatore mondiale di beni strumentali e in generale di prodotti di qualità dell’industria manifatturiera. Una parte importante dell’industria tedesca è stata danneggiata dalle sanzioni, e le ultime previsioni scontano per quest’anno una riduzione dell’export di Berlino verso Mosca di un 10 per cento circa. Va da sé che molte piccole e medie imprese italiane sono fornitrici di quelle tedesche che esportano in Russia, e quindi il rallentamento dei livelli di attività delle prime si fa sentire a monte lungo la filiera anche in Italia. Anche per questo è indispensabile, e a maggior ragione dopo gli ultimi tragici avvenimenti, che si addivenga il più rapidamente possibile ad una de-escalation della situazione in Ucraina, considerando che un appesantimento delle sanzioni, sostenuto dagli Usa, non avrebbe quasi nessun impatto sull’economia americana mentre su quella europea, proprio a fronte della partnership privilegiata russo-tedesca, sarebbe pesantissimo.

Antonio Abate



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