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Frei Betto non abdica da teologo della povertà

Prima dell’appuntamento, organizzato, a Polignano a mare, da Rete Radiè Resh e dalla parrocchia Sant’Antonio sul tema della speranza, Frei Betto, frate domenicano brasiliano, esponente della Teologia della liberazione, era stato dal Papa. Un incontro breve in cui il frate ha posto all’attenzione del Pontefice alcuni punti.

Innanzitutto, le comunità ecclesiali di base (Ceb) a cui papa Francesco aveva inviato un messaggio in occasione del raduno nazionale. Nella Chiesa latinoamericana le Ceb rappresentano i poveri. Poi la necessità di instaurare un dialogo con la Teologia della liberazione, guardata con sospetto da Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI, e ha chiesto un’attenzione particolare ai popoli indigeni, le cui terre sono minacciate da speculazioni capitalistiche. Frei Betto ha anche  invitato il  Pontefice a riabilitare i domenicani  Maestro Ecchart e Giordano Bruno. Sembrerebbero argomenti slegati dalla speranza, in realtà sono sfaccettature dello stesso discorso, perché, spiega Frei Betto, «noi possiamo trovare la presenza reale di Gesù nell’eucarestia e nei poveri».

Al fondo del dialogo con il Pontefice si scorge l’impegno del teologo della liberazione in difesa dei poveri e dei loro diritti. «Non perché i poveri siano migliori del ricco. La questione è un'altra: la povertà non è prevista nel piano di Dio. Ogni povero è un impoverito. La povertà è un male che deriva da strutture ingiuste, da un sistema che permette l’accumulo di ricchezza nella mani di pochi. Le 85 persone più ricche del Pianeta cumulano una ricchezza pari a quella di 3 miliardi e mezzo di persone». È una condizione inaccettabile da cui ogni povero cerca di affrancarsi. «Solo i religiosi», dice Frei Betto, «fanno voto di povertà, poi però non vivono realmente in povertà. Dovrebbero, invece, fare un voto di impegno per la giustizia, per lottare contro le cause della povertà».

Secondo la Fao, ricorda il domenicano, la quantità di cibo disponibile è sufficiente per dodici miliardi di persone: siamo sette miliardi, eppure, per fame, muoiono ogni giorno circa sette mila persone. «La grande sfida di oggi», sottolinea, «è come costruire un progetto sociale nel quale ogni essere umano possa vedere garantita la propria vita degna; dove i miserabili del mondo non abbiano fretta di emigrare in regioni più ricche e fortunate. Ma non è facile». Tuttavia, non si arrende e non rinuncia alla speranza di un cambiamento. «Noi», spiega, «siamo la prima generazione, nell’arco degli ultimi cinquecento anni, che sta vivendo un cambio epocale: stiamo passando dalla modernità alla post-modernità. Il risultato sono le turbolenze a cui assistiamo oggi nel mondo». Questo significa che alcuni aspetti non sono più attuali, non rispondono più alle esigenze della società. «Un’epoca è caratterizzata dal suo paradigma», chiarisce Frei Betto. «Nel Medioevo il paradigma  era la religione, nella modernità la ragione, con le sue figlie predilette: la scienza e la tecnologia. Tuttavia, nonostante che l’uomo sia andato sulla Luna, non è riuscito a sfamare milioni di bambini africani; nonostante che la medicina abbia fatto progressi notevoli, basta ammalarsi per vedere che l’accesso a tanto progresso non è per tutti». Il risultato della modernità, sembra suggerire il domenicano, non è dei migliori, dal momento che metà dell’umanità è rimasta sotto la soglia della povertà. A decidere se si deve essere poveri o ricchi è solo il caso: dipende in quale parte del mondo si nasce. «È ingiusto», osserva il religioso, «che la nostra fortuna sia dettata dalla lotteria biologica. Questo privilegio deve trasformarsi in un obbligo morale, in un debito totale nei confronti di quelli che non hanno avuto la stessa fortuna avuta».

Perciò, visto che siamo ad un cambiamento epocale, quale potrebbe essere il paradigma della post-modernità?  «Ci sono due possibilità», annota Frei Betto. «La prima è il mercato, la mercificazione di tutte le dimensioni della vita umana e della natura; la seconda è la globalizzazione della solidarietà. Oggi si parla moltissimo di globalizzazione, in realtà si tratta di una “globo colonizzazione”, ossia dell’imposizione a tutto il Pianeta di un modello di capitalismo, di consumismo e di opulenza. L’importante non è produrre, ma consumare e chi non fa parte del mercato, non vale niente. È la merce che conferisce all’essere umano maggior o minor valore». Il risultato, osserva il teologo, è una società disumanizzante, in cui dilaga la droga. «Potremo raggiungere la nostra speranza», conclude, «se  lottiamo per una società della condivisione. Possiamo avere il diritto di chiamare Dio Padre nostro, se non voglio il pane, che rappresenta il bene della vita, solo per me;  se condivido la fede che dà senso alla vita, la speranza, che nobilita la vita in funzione della solidarietà, e, soprattutto, se condivido l’amore». In altre parole, se globalizzo la solidarietà.

Pasquale Pellegrini



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