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L'inchino della statua in Calabria

L’inchino che i mafiosi calabresi hanno preteso di far compiere alla statua della Madonna delle Grazie per l’anziano boss della ‘ndrangheta Peppe Mazzagatti, condannato all’ergastolo, ma agli arresti domiciliari causa salute nella sua abitazione ad Oppido Mamertina, più precisamente nella frazione di Trisilico, mercoledì 2 luglio durante la tradizionale processione, ha assunto le dimensioni di un fatto clamoroso che allarma l’opinione pubblica, coinvolge le coscienze, turba i fedeli e pone nuovi interrogativi ai pastori, cioè ai leader religiosi, come all’autorità civile.

I vescovi che si riuniscono in conferenza regionale per stabilire nuove regole sulle processioni e sulle cerimonie religiose, magari vietandone alcune per un certo numero di anni, non hanno esitato a prendere immediata posizione e ad interrogarsi, in attesa di approfondimenti, così come stanno facendo le autorità di pubblica sicurezza, i carabinieri, la Procura e la Direzione distrettuale antimafia (Dda). Anche l’«Osservatore romano», il giornale della Santa Sede, scende in campo, rilevando che in alcune zone «il pervertimento del sentimento religioso si accompagna spesso all’azione della criminalità e a un’acquiescenza dettata da paura o interesse, purtroppo ancora diffusa tra le popolazioni».

L’episodio largamente stigmatizzato svela uno dei mille volti della mafia, tra minaccia, prepotenza, provocazione, arroganza nel voler riaffermare un potere al di fuori della legalità, lusingando i cittadini, intimorendo e sfidando perfino la religione, verso la quale i mafiosi hanno mostrato sempre un’attitudine di rispetto, non si sa se sincero o di comodo. Hanno sempre fatto battezzare i bambini, attestandosi a “padrini”, titolo diventato emblematico, celebrato i matrimoni in chiesa, i funerali in forma religiosa. Hanno preteso il titolo di uomini d’onore, nascondendo il volto dietro il delitto, omicidi efferati, traffico di droga, prostituzione, riciclo dei capitali e altri affari illeciti. Su di loro è piovuta la sanzione di scomunica da parte di papa Francesco il 21 giugno scorso proprio dalla Calabria, a Cassano allo Jonio.

La vicenda di Oppido Mamertina potrebbe essere, secondo le valutazioni di alcuni esperti, una reazione all’atto sanzionatorio papale suscettibile di alienare ai mafiosi l’accondiscendenza di alcune “frange”, come ad esempio le donne, e di far prendere coraggio a coloro che alla mafia si oppongono in linea di principio e ideologicamente, ma non nei fatti concreti e cedono alle richieste, come quella di pagare “il pizzo”. In ogni caso risulta evidente che la scomunica papale, che nella storia ha colpito grandi personaggi (re,  imperatori, eretici) ha colto nel segno, se anche i mafiosi reclusi nel carcere di Larino, in provincia di Campobasso, hanno pensato di non partecipare alla messa, avendo preso coscienza del loro stato di «scomunicati». E i cappellani si stanno adoperando per chiarire la differenza tra le azioni, condannate dal Papa, e le persone, che possono redimersi. Ma per molti, come il vescovo cassanese e segretario Cei, Nunzio Galantino, nel caso dei mafiosi, la conversione non può esaurirsi in una confessione: «Ci vuole una conversione pubblica, la manifestazione di volontà di prendere le distanze da questo sistema malvagio».

A Trisilico di Oppido la processione vedeva in testa sacerdoti, amministratori locali e tanti portatori, probabilmente scelti dai “capobastone” del posto. La fermata della «vara», il carro votivo con issata la statua della Madonna, non era né nei programmi, né nelle previsioni. Anzi, agli organizzatori era stato raccomandato in precedenza di evitare ogni variazione dal tema religioso. La palese violazione delle regole è stata subito compresa dal maresciallo dei carabinieri Andrea Manno, che si è allontanato. I portatori sono stati fotografati e filmati. L’indagine vuole stabilire chi ha dato l’ordine del cosiddetto «inchino», ha  spiegato il colonnello Lorenzo Falteri. Una relazione è stata inviata alla Direzione distrettuale antimafia.

Il vescovo di Oppido-Palmi, Francesco Milito, assicura: «In tempi brevi prenderemo tutte le informazioni in modo da avere un quadro completo, sia sui fatti che sulle persone. La cosa certa è che prenderemo dei provvedimenti». Alla Radio vaticana ha aggiunto: «Ho preso le distanze in modo immediato. C’è la più grave riprovazione per quanto è successo. Prenderemo provvedimenti molto energici una volta che la valutazione di tutti gli elementi sia completa. Le mie posizioni saranno molto energiche, tali da far capire che bisogna nel modo più assoluto ricordarsi sempre che non ci possono essere alleanze di alcun genere che siano contro la fede. Questo è un punto fermo, quali che siano le tradizioni ataviche, i collegamenti che possono esserci, le interpretazioni che si possano dare».

Per il vescovo la crescita civile c’è, «ma non si può negare che attorno e accanto a questa posizione di tante persone, sopravvive, per tanti motivi, questa forma di omertà, di paura, di non avere il coraggio o di volere comunque imporre stili che con la fede nulla hanno a che fare». Il presidente dei vescovi calabresi, Salvatore Nunnari, ha detto: «Dispiace che i preti non abbiamo avuto il coraggio non di andare via, ma di scappare dalla processione. Quando i carabinieri hanno lasciato, i preti dovevano scappare dalla processione. Avrebbero dato un segnale e di questi segnali abbiamo bisogno. Siccome sotto la vara può capitare che ci sia il mafioso di turno che fa poi il capo, allora bisogna avere il coraggio di fermare le processioni. Se fossi vescovo di quella città per un po' di anni non ne farei, e credo che sarebbe cosa gradita alla Madonna».

«La Madonna non si inchina ai malavitosi», ha affermato Nunzio Galantino, vescovo di Cassano allo Jonio e segretario generale della Cei. «Chi ha fatto fare l’inchino alla Madonna le ha fatto fare un gesto che la Madre di Dio non ha mai fatto. Si è inchinata la statua, non la Madonna». In ogni caso, per Galantino «resta forte l’importanza di quello che papa Francesco ha detto proprio qui a Cassano, quindici giorni fa. Anzi fa emergere quanto bisogno ci sia di una traduzione in atti delle sue parole in termini di formazione, consapevolezza e sensibilizzazione. La lotta a questi fenomeni si fa formando le persone. Una processione è un luogo di incontro di grandi emotività, sempre difficili da controllare e da educare, ma la Chiesa ha il compito di educare dall’interno».

Interventi anche sul fronte laico. Il ministro degli Interni, Angelino Alfano, ha definito «deplorevoli e ributtanti i rituali cerimoniosi». Per il procuratore aggiunto della Dda di Reggio Calabria, Nicola Gratteri, le parole del Papa a Cassano «sono state ascoltate da tutti, ma poi in pratica non sono osservate. Quanto accaduto appare come una sfida a quelle parole. Il Papa non ha rivolto un invito, ma ha intimato a tutti di comportarsi da cristiani. Bene il comportamento dei Carabinieri che hanno capito quanto stava accadendo». Quanto alla Procura «farà il suo lavoro». Ha assicurato il Procuratore della Repubblica di Reggio Calabria, Federico Cafiero De Raho.

Il sindaco di Oppido Mamertina, Domenico Giannetta, ha precisato che «se ci sono stati gesti non consoni, siamo i primi a prendere le distanze, ma ci pare che durante la processione è stata ripetuta una gestualità che va avanti da oltre trent’anni, con la vara rivolta verso una parte del paese». In ogni caso si rimette a un incontro col prefetto di Reggio Calabria.

(a.s.)



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