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Il dialogo per capire le ragioni dell'altro

Fa piacere ritrovare nella cinquina dei candidati al Premio Campiello Giorgio Fontana, con il suo recente «Morte di un uomo felice» (Sellerio). Sorprende, positivamente, che un "ragazzo" del 1981 sappia riflettere, nella forma del romanzo, su questioni capitali e complesse come la giustizia, i suoi limiti, il suo rapporto necessario eppure problematico con la compassione, la memoria, il dialogo fra padri e figli e fra generazioni. Chissà se Fontana esprime con questa sua riflessione istanze generazionali o se, come risulta più facile immaginare, costituisce una bella eccezione, peraltro già rivelatasi con il precedente «Per legge superiore», sempre pubblicato da Sellerio.

L'uomo felice a cui allude il titolo, il protagonista assoluto del romanzo, che entrerà gradualmente nella mente del lettore, è il giudice Giacomo Colnaghi che, nell'estate del 1981 (sì, proprio l'anno di nascita dell'autore) alla procura di Milano indaga sulla fase più tarda, ma non per questo meno cruenta, del terrorismo. In particolare, Colnaghi sta cercando di identificare l'assassino di un medico molto in vista, esponente della Dc.

Che sia un magistrato insolito, questo Colnaghi, lo si evince d’altra parte fin dalle prime battute, quando, presenziando a un incontro dei famigliari della vittima, deve rispondere alle domande dolenti e incalzanti del figlio, che pretende giustizia e vendetta. Il discorso del magistrato è un vero manifesto politico e morale, in cui afferma: che suo compito è assicurare alla giustizia l'assassino, che nondimeno sa bene che ciò non potrà mai riparare il torto subito, che ci vuole un coraggio infinito per non cedere alla logica della vendetta... E aggiunge una cosa che, a noi, interessa molto: che sa che Dio, un giorno, rimetterà ogni cosa a posto e che è il suo essere cristiano a ispirargli le parole che ha appena pronunciato… E anche questa presa di posizione, come è evidente, sia che appartenga esclusivamente al personaggio, sia che rifletta una visione dell’autore, rappresenta un punto di vista originale nel nostro panorama letterario.

Colnaghi persegue con ogni mezzo e anche con abilità la giustizia umana, anche al prezzo di sacrificare gli affetti personali e famigliari, nella piena consapevolezza, tuttavia, che essa è difettosa, deficitaria, come gli spiega una sera al freddo una professoressa di diritto costretta in carrozzina (il dialogo fra i due è uno dei momenti più alti del romanzo, se non sul piano narrativo, su quello filosofico). La giustizia umana può arrivare fino a un certo punto, dare un ordine provvisorio alla società umana, ma non risolve alla radice i problemi da cui ogni ferita ad essa scaturisce. Per questo, una giustizia scissa dalla compassione resta limitata, incompiuta.

Prima ancora che per elaborazione concettuale, Colnaghi lo sente istintivamente: infatti si sforza in continuazione di capire le ragioni di chi gli sta di fronte, dal tranviere che gli capita di incontrare per caso una sera nelle sue peregrinazioni nella zona Casoretto di Milano, dove alloggia, agli amici, dai famigliari della vittima ai terroristi: anche con loro il magistrato, destando sconcerto fra i colleghi, prova a instaurare un dialogo, cerca di capire. Ecco che prende forma l'idea che, fino a quando non si farà lo sforzo di capire le ragioni di chi ricorre alla violenza, fino a quando non si aprirà con costoro un dialogo, mai si risolverà la questione giustizia, mai si chiuderà la stagione del terrore. Attenzione: non c'è alcuna intenzione di giustificare il male commesso, nessun cedimento alla legge della violenza (e infatti Colnaghi condanna i terroristi), ma la coscienza che bisogna andare oltre, esplorare nuove strade.

In parallelo alla vicenda “in presa diretta” del magistrato, Fontana sviluppa quasi come una seconda voce il racconto delle vicende di suo padre Ernesto, morto quand'egli era ancora bambino in un'azione partigiana contro i nazisti. La storia che via via si dipana prende forma in relazione alla ricerca e alla ricostruzione che Colnaghi stesso ha elaborato nel tempo per conoscere il destino del padre. Destino che, unendo generazioni separate dal tempo, accomuna in fondo padre e figlio.

E come Colnaghi-magistrato avverte il bisogno, che è esistenziale e storico insieme, di conoscere le circostanze in cui il padre trovò la morte, addentrandosi così nella stagione della Resistenza e nelle divisioni che lacerarono l'Italia di allora, così noi "figli" suoi, uomini di oggi, vorremmo finalmente capire il nostro passato prossimo, cioè che cosa fu il terrorismo, perché nacque e si manifestò con tanta violenza... E in fondo Giorgio Fontana (nato nel 1981, lo ricordiamo ancora una volta) è figlio del suo personaggio, è lui che interroga i suoi personaggi sugli anni di piombo, di sangue, di guerra civile che restano come un'ombra, un mistero irrisolto che continua a spurgare veleno sul presente.

E le risposte che troviamo, sono tutte incise nella vita di questo «uomo felice», di questo bravo magistrato, profondamente cristiano, che mentre perseguiva la giustizia umana tentava di comprendere le ragioni degli altri, convinto che solo così l'odio avrebbe ceduto il passo alla riconciliazione.

Paolo Perazzolo



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