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Educare alla pace: un buon esempio

Nel cuore di Torino, nella centralissima via Garibaldi, c’è una casa in cui si ritrovano persone di buona volontà che hanno a cuore le sorti del mondo. Sono i frequentatori del Centro di educazione alla pace Sereno Regis, al numero 13 della via. Abbiamo incontrato Nanni Salio, il presidente del Centro, da sempre impegnato nella difesa dei valori della pace.

Può raccontare ai lettori del «nostro tempo» come è nata questa sua scelta di vita?

Da quando avevo diciotto anni o giù di lì mi sono occupato dell’obiezione di coscienza, che vedevo come una strada da seguire per contrastare il militarismo e la guerra. Quando ho cominciato a lavorare come ricercatore nel campo della Fisica ho incontrato un tema cruciale, il rapporto fra scienza e guerra, e una domanda: perché gli scienziati si sono prestati a destinare le loro ricerche alla costruzione di armi sempre più micidiali? Di lì è nato un crescente impegno, in primo luogo nel Movimento non violento fondato da Aldo Capitimi.  Il 4 novembre 1971 fui arrestato con altri amici per una manifestazione in piazza Castello, tenuta in coincidenza coll’alzabandiera che celebrava il giorno della vittoria della prima guerra mondiale; la legge sull’obiezione di coscienza non era ancora in vigore. Il processo durò anni e successivamente decidemmo che era il momento di raccogliere la memoria storica del movimento. Di qui la decisione di fondare nel 1982 il Centro studi e documentazione sui problemi della pace, della partecipazione e dello sviluppo, intitolato due anni dopo a Domenico Sereno Regis, che aveva collaborato alla sua fondazione.

Da allora il Centro ha continuato a perseguire una scelta di educazione alla pace. Come concretamente operate?

Le nostre linee d’azione s’ispirano a tre capisaldi: ricerca, educazione, azione, finalizzati all'obiettivo generale della trasformazione non violenta dei conflitti, da quelli internazionali ai "microconflitti" sul territorio. La ricerca si concretizza nel lavoro di documentazione e di raccolta sistematica di testi; la nostra biblioteca con 27 mila volumi è la più grande in Italia su questi temi. Per quanto riguarda l’educazione cerchiamo di lavorare con la scuola, anche se oggi le risorse a disposizione sono molto scarse; attualmente stiamo facendo con alcune studentesse ed educatrici un lavoro sul bullismo telematico o cyber bullismo, che è stato accolto con molto favore da parecchie scuole perché riguarda un fenomeno purtroppo presente.

Lavorate anche molto con i giovani…

Nei mesi scorsi sono decollate attività di gruppo seguite per lo più da giovani universitari  nel settore che abbiamo chiamato «conflitti metropolitani»: è una specie di alfabetizzazione alla trasformazione non violenta dei conflitti, dal microcosmo delle relazioni interpersonali alla dimensione territoriale dell'area metropolitana. Lo studio della trasformazione non violenta dei conflitti è ormai una vera e propria scuola di pensiero, che fa capo a Johan Galtung, sociologo e matematico norvegese nato nel 1930, che nel 1959 ha fondato l'International Peace Research Institute (Prio) e la rete Trascend per la risoluzione non violenta dei conflitti. La nostra newsletter riporta ogni settimana un suo editoriale.  Da due anni è avviata un'attività centrata sui temi del cinema e dell'arte come strumenti per la pace, che parte dall'ipotesi che le varie forme d'arte possano sviluppare una capacità creativa applicabile alla risoluzione dei conflitti.

L’anno scorso il Centro ha ampliato sede e offerte…

L'attività si è intensificata dopo l'inaugurazione nel Centro alla fine del 2013 di due nuove sale dedicate, rispettivamente, alla memoria di Gabriella Poli, grande amica del Centro, che è stata la prima capocronista donna del quotidiano «La Stampa», e di Luca Magosso, il primo direttore del Centro, morto improvvisamente a quarant’anni nel 2011. Nei due locali si possono svolgere attività teatrali, cinematografiche, artistiche generali.  L'esempio più noto di arte al servizio della pace è quello dell'orchestra formata da giovani talenti arabi e israeliani, fondata nel 1999 da Daniel Barenboim, israeliano, e dallo scrittore palestinese Edward Said, con l'intento di avvicinare attraverso la musica popoli divisi dalla guerra. Anche il teatro è uno strumento usato ampiamente per rappresentare situazioni di conflitto e rielaborare il trauma. In Italia ci sono gruppi che lavorano con questi strumenti nelle carceri. 

Un altro campo sul quale siete molto impegnati è quello che chiamate «giornalismo di pace»…

Sì, stiamo svolgendo dei corsi sul giornalismo e sul fotogiornalismo perché notiamo che sui media in generale è molto difficile trovare cronache di guerra che non siano anche strumenti di propaganda di una o dell'altra parte; ci riferiamo al mondo dell’informazione nel suo complesso e in tutte le sue forme, dalla carta stampata alla televisione a Internet. Su questi temi si svolgerà un convegno il prossimo 14 novembre.

Il vostro Centro non è confessionale. Ma rispetto alla religione c’è un approccio particolare?

Il Centro studi è stato costituito da persone che provenivano e provengono dai due movimenti storici della non violenza: il Movimento non violento, fondato da Aldo Capitini negli anni Sessanta e il Movimento internazionale della riconciliazione (Mir), nato nel 1914 a Costanza ad opera di esponenti delle Chiese cristiane che rifiutavano la guerra, ricostituito alla fine del conflitto. Ora è presente in centinaia di paesi e ne fanno parte non solo esponenti di tutte le principali religioni, ma anche persone che non appartengono a nessuna religione. La sezione italiana del Mir è nata nel 1952, fondata da personalità in parte cattoliche e con molti esponenti dell’area valdese, Tullio Vinay e altri. Domenico Sereno Regis, che operò attivamente nel Mir, proveniva dal mondo impegnato cattolico. Nel nostro Centro oggi sono presenti persone che hanno in comune l’ideale della non violenza, appartenenti a confessioni religiose diverse o non appartenenti a nessuna religione. C’è anche un piccolo gruppo interreligioso con islamici, bahai e altri. 

Vi occupate anche di economia e di decrescita?

Noi la chiamiamo, con un’espressione migliore e che ha una storia molto lontana, «semplicità volontaria». La decrescita non è stata inventata ora. Chi ha dato la visione migliore di questi problemi è Gandhi, colui che ha saputo tradurre la non violenza in azione politica collettiva. Nel 1909 con un durissimo pamphlet, Hindi swaraj, che si può considerare il manifesto dell’autogoverno indiano, lancia la proposta di un’economia non violenta, su cui oggi lavoriamo e su cui abbiamo una documentazione notevole. Questo settore è a mio parere fondamentale e la proposta gandhiana è uno dei migliori contributi sull’argomento scritto con un linguaggio accessibile, semplice e concreto, analogo a quello che oggi adopera papa Francesco.

Gianna Montanari



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