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Salvare le diversità per salvare l'Europa

Prima di ricevere l’incarico di ministro dell’Economia e delle Finanze nel governo di Matteo Renzi, Pier Carlo Padoan, economista di spicco e numero due dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo (Ocse), che ha sede a Parigi, aveva dedicato non poco tempo a una riflessione approfondita sull’Europa e lunghi scambi di idee con Michele Canonica, giornalista e presidente del Comitato di Parigi della «Dante Alighieri». Nacque da quelle conversazioni l’idea di scrivere a quattro mani un saggio, che è appena stato pubblicato dall’editore Einaudi.

Il titolo è tutto un programma: «La diversità come ricchezza, ovvero a che serve l’Europa?». L’attualità del libro non ha bisogno di essere sottolineata, non solo perché Padoan è diventato ministro, ma anche e soprattutto perché i risultati delle elezioni europee del 25 maggio hanno confermato l’inquietante ascesa del populismo nella maggior parte dei Paesi dell’Unione. Cresce l’euroscetticismo (e addirittura l’eurofobia), mentre diventa sempre più forte la tentazione del ripiegamento all’interno delle frontiere nazionali.

La grande sfida dell’Europa, affermano gli autori, sta nel riuscire a conciliare diversità e uguaglianza. L’impresa è difficile ma non impossibile: pur senza prendere di petto la demagogia dei cosiddetti “euroscettici”, Canonica e Padoan si sforzano di offrire argomenti a sostegno dell’Europa, secondo una prospettiva nuova, più concreta di quella, troppo spesso astratta e/o propagandistica che negli ultimi decenni ha appesantito il dibattito tra gli europeisti, in particolare quelli italiani. E ricordano, nel loro saggio, che fino alla nascita dell’euro lo sfruttamento positivo delle diversità è stato alla base dell’idea di integrazione economica come motore dello sviluppo. Al contrario, la moneta unica richiede che le diversità siano ridotte al minimo e possibilmente eliminate. Ma gli autori sono convinti che la costruzione europea potrà avere un futuro soltanto a condizione di difenderla in maniera razionale, spazzando via i luoghi comuni che hanno finito per comprometterne la credibilità.

Sono in molti, oggi, a pensare che l’Unione europea possa uscire dalla crisi solo accelerando un processo di integrazione politica che viene considerato come ineluttabile, e sicuramente portatore di progresso, scrivono Canonica e Padoan. Ma questo modo di ragionare, secondo loro, presenta non pochi difetti: ricorda la struttura concettuale che ha guidato un parte non trascurabile degli abitanti di questo pianeta tra il 1917 e il 1989, dalla presa del Palazzo d’Inverno da parte dei comunisti russi al crollo del Muro di Berlino. La maggior parte degli europeisti odierni vede il compimento dell’unità politica dell’Europa come la meta fatale cui certamente dovranno condurci oltre due millenni di destino comune. Ma possiamo essere così sicuri di una predestinazione del genere? Possiamo essere certi che realizzeremo il sogno “angelista” di fraternità tra portoghesi e polacchi, greci e olandesi, spagnoli e svedesi, italiani e tedeschi, raggiungendo al tempo stesso uno sviluppo economico e sociale equilibrato, armonioso? Si attribuisce a Lenin la famosa frase secondo cui «per fare una frittata bisogna rompere le uova». Ma siamo davvero sicuri che la frittata derivante dal frettoloso sacrificio delle sovranità nazionali, che nei secoli costarono un tale investimento di passione e di sangue, sarebbe un capolavoro gastronomico?

Non è passato molto tempo da quando la grande maggioranza degli italiani tendeva a vedere nei progressi della costruzione europea la panacea di tutti i mali, come se il passaggio dei poteri a Bruxelles avesse potuto risolvere automaticamente tutti gli antichi problemi della Penisola (divario Nord-Sud, corruzione, criminalità organizzata, ecc.). Oggi, osservano gli autori, avviene esattamente il contrario.

In effetti, molti pensano che l’Unione europea sia ormai arrivata a un bivio e possa uscire dalla crisi solo accelerando il processo di integrazione politica. Ma se l’obiettivo è quello di avere più Europa, come si può pensare che un’identità comune europea possa formarsi rapidamente nel mezzo di una crisi così profonda? Anche l’idea che l’euro avrebbe automaticamente determinato una crescente integrazione culturale si è rivelata un’illusione. La crisi dell’euro non ha soltanto messo in luce le carenze tecnico-istituzionali della concezione iniziale delle moneta unica, ma anche posto in discussione la possibilità stessa di collaborare fra Paesi così diversi, in presenza di un triangolo infernale: mercato senza guida; governi nazionali incapaci di gestire la crisi; cittadini ha hanno progressivamente perso la fiducia nelle promesse dell’Europa di più lavoro e più benessere.

A che serve dunque l’Europa? A poco se i suoi dirigenti si ostineranno a voler applicare schemi e ragionamenti obsoleti. A molto se si modificheranno radicalmente le mentalità e le politiche. Uscire dallo stato attuale delle cose, sostengono gli autori, richiede un nuovo contratto fra Nord e Sud e, in generale, tra tutti i Paesi europei. Esso dovrebbe basarsi sulle seguenti caratteristiche: i Paesi del Nord accettano di accelerare la creazione dell’unione bancaria e di dotarla di adeguate risorse comuni per la risoluzione delle crisi; i paesi del Sud accettano di stipulare “contratti di programma” con la Commissione europea, che comprendano riforme strutturali in cambio di una rimodulazione e di un allentamento degli obiettivi di bilancio pubblico. In parole povere (e qui si torna al titolo del prezioso pamphlet di Canonica e Padoan) si tratta di sfruttare, e non di cancellare, le diversità fra i vari Paesi dell’Unione. Ammettere, una volta per tutte, che gli italiani non possono trasformarsi in tedeschi o gli spagnoli in svedesi, che non si vive a Napoli come a Stoccolma, né a Atene come a Berlino. Occorre tenere conto delle diversità, che possono essere fattori di sviluppo e di di benessere, anziché fattori di conflitti, regresso e fragilità. Insomma, mettere in pratica quello che il titolo del saggio suggerisce: la diversità è ricchezza.

Paolo Romani



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