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Iraq è guerra santa

Un nuovo motivo di apprensione agita la comunità internazionale: l’offensiva dei fondamentalisti islamici in Iraq. L’avanzata delle forze jihadiste è apparsa finora inarrestabile, fino a minacciare la capitale Baghdad, mentre le truppe dell’esercito regolare hanno ripiegato precipitosamente, in alcuni casi senza neppure combattere, lasciando campo libero ai miliziani islamisti.

Un atteggiamento che lascia intravedere connivenze e complicità fra i vertici militari e i ribelli, basate evidentemente su affinità religiose. Quello che è in atto in Iraq è infatti in primo luogo uno scontro interno alle fazioni contrapposte del mondo musulmano, assai meno monolitico di come generalmente viene percepito dall’opinione pubblica occidentale. Tuttavia, è indubbio che lo scontro in atto, teso a determinare chi prenderà il controllo dell’Iraq, avrà senz’altro ripercussioni anche sull’Occidente, probabilmente in misura ancora maggiore di quanto stia avvenendo con la guerra in Siria.

Il gruppo combattente che in brevissimo tempo si è impossessato di larghe porzioni di territorio iracheno è l’Isil, lo Stato islamico dell’Iraq e del Levante, movimento di ispirazione sunnita pressoché sconosciuto fino a pochi giorni fa, ma in realtà attivo da tempo sul fronte siriano, dove vanta il maggior numero di vittorie contro l’esercito controllato dal dittatore Bashar al Assad. Inizialmente legato ad al-Qaeda, agisce ora in maniera indipendente, poiché il suo leader Abu Bakr al Baghdadi (uno di cui si sa pochissimo, tanto da meritarsi l’appellativo di «sceicco invisibile») è entrato in contrasto con al Zawahiri, nuova guida dell’organizzazione terrorista dopo l’uccisione di Osama bin Laden. Lo scopo dell’Isil è infatti la creazione di un unico califfato a cavallo fra Siria e Iraq, per cui ha rifiutato l’indicazione del capo di al-Qaeda di concentrarsi esclusivamente su quest’ultimo, lasciando l’esclusiva dei combattimenti contro Damasco a un’altra formazione jihadista, il Fronte al-Nusra. Anzi, i suoi miliziani sono addirittura impegnati in combattimenti con altre formazioni dell’opposizione siriana di diversa ispirazione ideologica, che mal sopportano l’introduzione della sharia, la legge islamica, nelle ampie porzioni di territorio cadute sotto il loro controllo, fattore che rende se possibile ancora più complesso e sanguinoso lo scenario di un conflitto in corso ormai da oltre tre anni.

In Iraq molti dei combattenti dell’Isil sono ex appartenenti ai servizi segreti e all’esercito del feroce dittatore Saddam Hussein, che hanno dato vita all’embrione dell’attuale formazione dopo che le loro strutture erano state polverizzate (ma evidentemente non annientate…) dall’offensiva americana nella seconda guerra del Golfo, voluta da Bush junior nel 2003. Fra essi, spicca Izzat al Douri, già vicepresidente con Saddam, nonché leader del partito Baath cui appartenevano entrambi. La conferma giunge dalla figlia dello stesso Saddam, accolta in Giordania per «motivi umanitari» dopo l’esilio dall’Iraq, che ora manifesta volontà di rivalsa e la speranza di poter rientrare in patria al seguito delle truppe sunnite.

Ma va evidenziato che fra le fila dell’Isil si ritrovano anche molti miliziani di altre nazionalità, in particolare magrebini, uniti dalla fede sunnita propugnata da leader religiosi di origine saudita, e sospinti dal sacro fuoco della jihad, la “guerra santa” che evidentemente non guarda in faccia nessuno, nemmeno i “fratelli” sciiti. Del resto, la contrapposizione fra confessioni non è una novità in Iraq: Saddam Hussein apparteneva (almeno nominalmente, visto che la sua condotta sia governativa che privata era piuttosto improntata alla laicità) alla corrente sunnita, largamente maggioritaria nell’islam, ma paradossalmente minoritaria nel suo Paese, fra i pochi dove tuttora è preminente la fazione sciita. Ciò ha sempre comportato pesanti frizioni sotterranee, tenute a freno dallo spietato pugno di ferro del dittatore, che non si faceva scrupolo di massacrare oppositori singoli o intere etnie, come avvenuto a più riprese coi curdi della regione settentrionale. Con la sua improvvisa caduta, causata appunto dall’intervento armato degli Usa, la situazione si è fatta caotica, lasciando campo libero a odi, vendette e fanatismi.

Con Saddam al potere, l’ordine sociale era garantito, anche se purtroppo con l’utilizzo sistematico di metodi decisamente coercitivi e violenti, e la stessa al-Qaeda non aveva mai potuto mettere piede nel Paese, dove il dittatore manteneva appunto un’impostazione laica, aliena da fanatismi, circostanza che consentiva tra l’altro alla minoranza cristiana condizioni di relativa libertà di culto e sicurezza. Senza contare che il Paese godeva di un discreto sviluppo economico e di un tenore medio di vita dignitoso, naturalmente per chi stava dalla parte del raiss. Oggi la situazione economica è deplorevole e il Paese è tuttora funestato da uno stillicidio di sanguinosi attentati contro la popolazione civile, alcuni dei quali diretti in modo mirato contro la comunità cristiana, che ha visto diminuire drasticamente il numero dei fedeli a causa di tali persecuzioni. Molti di essi hanno infatti preferito lasciare il Paese, andando a ingrossare le file dei profughi, in crescita costante nel mondo. E ora l’Iraq rischia di cadere definitivamente nelle mani degli integralisti, come era successo con l’Afghanistan dei talebani.

È l’ennesima riprova del fatto che, quando si decide un intervento militare senza pianificare accuratamente la gestione post-bellica, si rischia di finire dalla padella nella brace. Quando gli Stati Uniti, e con loro mezzo mondo, scatenarono la prima guerra del Golfo, nel 1991, per ricacciare indietro le truppe di Saddam che avevano proditoriamente invaso il Kuwait e assunto il controllo dei suoi ricchi giacimenti di petrolio, gli accorti consiglieri politici e militari del presidente Bush padre lo convinsero a interrompere le ostilità prima di indebolire troppo il dittatore, peraltro togliendo anche l’appoggio all’opposizione interna che cercava di sfruttare le circostanze per rovesciarlo. Una mossa in certo modo cinica, da realpolitik, che consentì al dittatore di rimanere in sella e attuare una repressione spietata, ma che evitava di sconvolgere gli equilibri della regione.

Molto più improvvido e miope l’intervento voluto da Bush figlio e dal suo entourage di petrolieri, dettato dall’avidità e sostenuto da un’ottica di breve periodo, di impostazione economica piuttosto che strategica. Lo scopo del conflitto, infatti, al di là della martellante campagna mediatica sulle «armi di distruzione di massa» e sulla «guerra preventiva», nonché sulle ipocrite dichiarazioni relative alla «esportazione della democrazia», era sostanzialmente di mettere le mani sulle ricche riserve di greggio irachene. E ancora oggi il controllo delle risorse fossili è l’unica cosa che sembra preoccupare l’Occidente e gli Stati Uniti in particolare, che hanno sottolineato la volontà di intervenire solo se verranno toccati i loro interessi nell’area.

In effetti, l’Isil controllava già dallo scorso gennaio le città di Falluja e Ramadi, ma nessuno pareva curarsene. L’allarme è scattato solo dopo la recente avanzata, che ha portato sotto il controllo dei fondamentalisti Mosul, seconda città del Paese, Tikrit (patria di Saddam Hussein), ma soprattutto Kirkuk, dove si trova il maggior giacimento di greggio. Solo a quel punto la questione è diventata una priorità, anche se Washington ha prudentemente escluso un coinvolgimento diretto, in attesa che l’esecutivo iracheno, specchio delle divisioni etniche, religiose e tribali del Paese, si metta d’accordo con sé stesso su una linea di intervento condivisa.

Nel frattempo, a muoversi sono state le autorità religiose: l’Iran, maggior depositario della corrente sciita, ha garantito il proprio appoggio per bocca del presidente Hassan Rohani, che ha sorprendentemente aperto anche alla possibilità di una collaborazione con gli Usa, mentre il carismatico ayatollah Al Sistani ha esortato tutti i cittadini abili ad arruolarsi per «combattere i terroristi in difesa del Paese». Sull’altro lato, Arabia Saudita e Qatar, Paesi-guida del mondo sunnita che inseguono il sogno di un unico califfato dal Marocco all’Indonesia e continuano a finanziare sottobanco i movimenti fondamentalisti, grazie ai favolosi proventi garantiti dell’esportazione di petrolio verso l’Occidente che, incapace o restio nel riconvertire la propria politica energetica verso le fonti rinnovabili, finisce paradossalmente per finanziare inconsapevolmente (?) la «guerra santa».

Riccardo Graziano



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