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Ballottaggi e il futuro: le incognite

Gli elementi costitutivi dei ballottaggi nelle elezioni comunali di domenica scorsa sono quattro. 1) E’ aumentato l’astensionismo: rispetto al 25 maggio, il primo turno, i votanti sono scesi di un quinto, dal 70 per cento a meno del 50. 2) Il Partito democratico ha aumentato i Comuni di cui ha il sindaco: fra i luoghi più importanti, capoluoghi di Regioni o di Provincia, prima del 25 maggio ne amministrava 16, ora 20. Lo stesso Pd sta tuttavia “riflettendo” (come si dice sempre in queste circostanze) sulle sconfitte subite a Livorno e Perugia (dal primo dopoguerra a oggi “roccaforti rosse”) e a Padova, che governava da dieci anni.

3) Il centro-destra, inteso come una temporanea, non definitiva alleanza fra Forza Italia, la Lega e l’Udc (non dappertutto), ne ha conquistati cinque, e solo uno al Nord, Padova. Mentre ha perso a sua volta “storiche roccaforti” come Bergamo e Pavia, dove il sindaco uscente Cattaneo era stato promosso solo pochi mesi fa in un sondaggio giornalistico come «il sindaco più amato d’Italia», al punto che Berlusconi lo aveva inserito nella nuova dirigenza del partito. 4) Il M5S può vantare la conquista del Comune di Livorno, ma le cronache avvertono: il neo sindaco Nogarin, 44 anni a settembre, quindi “un nuovo” in politica, si proclama “di sinistra”, nega che in Europa si sia alleati con l’ipernazionalismo omofobico di Farage a Londra, e dichiara ai giornalisti: «Hanno vinto i livornesi: gente straordinaria, capace di guardare avanti. E anche il fenomeno Renzi si sgonfierà». Fra l’altro, Livorno é la città con più disoccupati in tutta la Toscana. A Nogarin è arrivato anche l’incoraggiamento del vescovo Simone Giusti: «Complimenti per questa storica vittoria. Ora non si lasci abbattere dalle difficoltà».

Per Nogarin si apre adesso il problema comune a tutti i sindaci votati da pezzi di elettorato di varia provenienza, cultura e interessi, e coinvolti in un voto di protesta, il “grillismo”, che aspetta di essere messo alla prova in una crisi ancora ben lontana dalla soluzione mentre non dispone, nella pratica amministrativa quotidiana, di maggioranze ben definite. Come è il caso di Potenza, dove il nuovo sindaco, De Luca, è l’unico candidato vincente ad appartenere al partito dei Fratelli d’Italia, ma in Consiglio comunale dovrà vedersela con i 19 eletti del Pd al primo turno, sui 32 complessivi.

Qualche dato numerico in più non guasta. Nelle otto località capoluoghi di Provincia in Piemonte al centro-destra non è rimasto nessun sindaco: perse al ballottaggio anche Biella, Vercelli e Verbania. In tutta Italia nei Comuni al di sopra dei 15 mila abitanti, prima il Pd ne governava 128, ora è a 167. Il centro-destra ne aveva 88, adesso ne ha 43. meno della metà.

In linea generale, ognuno di questi quattro punti ha un suo significato che impedisce di trarre una conseguenza comune per tutta la politica del nostro Paese, prossima e futura. L’astensionismo, in forte crescita rispetto ad appena due settimane prima, può anche essere almeno parzialmente spiegato con lo scoppio della “bomba veneziana” del Mose, in cui sono rimasti coinvolti tutti i maggiori partiti, Lega compresa, indicando nella pubblica e privata amministrazione e gestione delle grandi opere strutturali un comune carattere «criminogeno», come ha sentenziato l’ex sindaco di Venezia, Massimo Cacciari.

Per questo non è logico attribuire i non votanti a una sola tendenza, di sinistra, di centro o di destra: persone disgustate dalla politica possono essercene dappertutto, in tutte le classi sociali e in tutte le età, se fra l’altro è vero che il Movimento grillino attira soprattutto i giovani alla ricerca di un lavoro,  non a caso i più danneggiati dalla crisi in atto.

In secondo luogo, vedere nei risultati dei ballottaggi l’inizio di un declino del vento a favore di Renzi può essere un errore, perché, al contrario, proprio il primo ministro può affermare che il rinnovamento è più che mai necessario anche e soprattutto nel Partito democratico, dove le “roccaforti rosse” sono il residuo ideologico di un passato che non c’è più, e «non si vive di sola rendita».

Per di più, é innegabile che ogni elezione locale sia influenzata da questioni appunto “locali”. Si prenda come esempio Nichelino, un sobborgo torinese, in cui la sconfitta del candidato sindaco del Pd è stata dovuta alla vittoria di una lista civica il cui candidato vincente, Angelino Riggio, è iscritto al Pd, con cui è in lite da tempo, ma in cui si era affermato nelle primarie.

Dunque, per concludere: chiuso il capitolo “amministrative” è logico riflettere sui mali presenti e i possibili rimedi non soltanto nei singoli partiti, quanto nell’intera opinione pubblica, nazionale e internazionale, visto che fra meno di un mese il nostro governo sarà chiamato alla semestrale guida dell’Unione europea. Ed è quanto facciamo noi, nel nostro piccolo, nel presente numero, secondo uno stile che «il nostro tempo» osserva dal lontano 1946 in cui è nato.

Beppe Del Colle



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