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Un bimbo di nome Roderick

Agli appassionati di trame romanzesche, di intrecci mozzafiato, e a chi ama i romanzi classici, popolati da un gran numero di personaggi, consigliamo «Roderick Duddle» (Einaudi, pp. 485, euro 22) di Michele Mari, il primo della cinquina di libri scelti dalla giuria del Premio Campiello.

Della quindicina di opere da lui pubblicate nell’ultimo quarto di secolo, questa ci pare la migliore, perché lo scrittore ha saputo controllare e frenare alcuni vizi tipici della sua narrativa, il manierismo iperletterario, la compiaciuta erudizione, l’uso di un lessico arcaico e desueto e l’eccesso di figure retoriche. Tutti elementi che contribuivano a destinare i suoi libri al lettore colto e gli precludevano un pubblico più ampio.

Il romanzo d’esordio, «Di bestia in bestia» (1989), è una storia gotica giocata sul tema del doppio, con due gemelli, uno colto e razionale, l’altro bestiale e istintivo. «Io venìa pien d’angoscia a rimirarti» (1990) immagina un giovane Leopardi licantropo, «La stiva e l’abisso» (1992) narra il misterioso viaggio di un galeone spagnolo, bloccato in mezzo all’oceano da una bonaccia, «Tu, sanguinosa infanzia» (1997) raccoglie undici racconti che recuperano gli oggetti dell’infanzia, biglie, macchinine, giornalini, «Rondini sul filo» (1999) è un monologo dell’io narrante, che riecheggia Céline, sul tema della gelosia e sull’ossessiva ricerca dei vecchi amanti della moglie, «Tutto il ferro della torre Eiffel» (2002) è un’enciclopedia della cultura del Novecento, un catalogo delle figure della modernità intorno agli anni Trenta, «Verderame» (2007) narra l’amicizia tra un ragazzo e un vecchio giardiniere nella casa di campagna dei nonni, «piena di buchi e di crepe» come la memoria del vecchio, teatro di scontri tra partigiani e tedeschi durante la guerra.

«Roderick Duddle» è «un appassionante e raffinatissimo gioco letterario», come recita il risvolto di copertina, ma più che un «romanzo d’appendice contemporaneo» ci sembra un romanzo settecentesco alla «Tom Jones» (1749) di Fielding, che sin dal titolo richiama «Roderick Random» (1748) di Smollett. Un’operazione del genere, ma più nel gusto del postmoderno, era stata tentata più di mezzo secolo fa da John Barth con «Il coltivatore del Maryland» (1960).

Il risvolto cita come modelli dominanti Dickens e Stevenson, due autori molto amati da Mari e sicuramente presenti nella narrazione, ma il tono picaresco porta a privilegiare il romanzo inglese del Settecento, sia per gli insistiti coinvolgimenti del lettore, sia per gli innesti epistolari nel racconto. Ambientato in Cornovaglia, ha per protagonista un bambino di dieci anni, Roderick, rimasto orfano, figlio di Jenny la Magra, una prostituta che sciacquava i bicchieri all’Oca Rossa, una taverna vicino alla scogliera frequentata da marinai, carrettieri, vagabondi e ubriaconi.

Sarebbe troppo complicato raccontare la trama, che lasciamo al piacere del lettore, una serie di fughe, inseguimenti, imboscate, trappole infernali, personaggi che cambiano nome, morti ammazzati a catena, viaggi per mare, ammutinamenti, tempeste.

Scacciato dalla taverna, Roderick vaga da un luogo all’altro con in tasca l’unico ricordo di sua madre, un medaglione della nonna, Lady Pemberton, che prima di morire vuole ritrovare la figlia per lasciarle le sue ricchezze. La sorte del trovatello è sballottata «come in un bussolotto da cui ora esca la pallina bianca della vita, ora quella nera della morte». Tutti i personaggi del romanzo vogliono impossessarsi del medaglione, vero oggetto totemico, per mettere le mani sul patrimonio.

Mari sa catturare il lettore tracciando una mappa topografica dei luoghi, riportata in una cartina all’inizio del libro: il convento della Badessa, a cui Lady Pemberton ha affidato la bambina, futura madre di Roderick, la taverna dell’Oca Rossa, il cui proprietario, Jeremiah Jones, recluta ragazzine per farne delle sguattere, poi delle cameriere e infine delle prostitute, Pemberton House, la casa patrizia della ricca signora, il casolare sulla scogliera di Jack il pescatore, dove troverà rifugio Roderick.

Il romanzo è costellato di locande dai nomi pittoreschi, un topos frequente nel filone picaresco, dove i personaggi s’inseguono e si ritrovano: oltre all’Oca Rossa, teatro principale degli eventi, ci sono l’Unicorno di Cork, la Scrofa Bianca di Glerenmouth, l’Allegro Viandante di Dury, il Granchio Ubriaco di Leymoore, la Buona Novella di Fenham.

Ad animare la trama intervengono molti personaggi: Salamoia, un bieco pezzo da galera, col suo fido scudiero Scummy, un povero mentecatto, la Rossa, concubina del locandiere Jones, Lennie, gigante minorato e calvo, con le orecchie a sventola, Lafayette, dandy vanesio che vanta discendenze da Lord Pemberton, Havelock, intendente di polizia, Basoski, cuoco polacco della nave. E poi c’è Michael, un bambino di dieci anni con un finto medaglione, che la Badessa spaccia per Roderick per mischiare le carte. Il tema del doppio, del sosia, dei gemelli, è del resto un tema ricorrente nella narrativa di Mari sin dal suo romanzo d’esordio, «Di bestia in bestia».

I dialoghi col lettore chiudono il cerchio tra autore e personaggi, dove Mari s’incunea identificandosi con i due trovatelli: «Tu non scapperai, mio lettore, perché sei avido di sapere, e perché ti ho scelto fra tanti, e perché, appunto, sei mio»; e alla fine del romanzo, «mio paziente lettore, che mi hai seguito passo passo fin qui: immagino che sarai stanco, e desideroso di sapere come questa storia va a finire. Cercherò di accontentarti, anche se nessuna storia propriamente finisce mai». Appunto, in letteratura le storie non finiscono mai, recuperano trame antiche e sfociano sempre in nuove avventure.

Massimo Romano

 

 

Agli appassionati di trame romanzesche, di intrecci mozzafiato, e a chi ama i romanzi classici, popolati da un gran numero di personaggi, consigliamo «Roderick Duddle» (Einaudi, pp. 485, euro 22) di Michele Mari, il primo della cinquina di libri scelti dalla giuria del Premio Campiello. Della quindicina di opere da lui pubblicate nell’ultimo quarto di secolo, questa ci pare la migliore, perché lo scrittore ha saputo controllare e frenare alcuni vizi tipici della sua narrativa, il manierismo iperletterario, la compiaciuta erudizione, l’uso di un lessico arcaico e desueto e l’eccesso di figure retoriche. Tutti elementi che contribuivano a destinare i suoi libri al lettore colto e gli precludevano un pubblico più ampio.

Il romanzo d’esordio, «Di bestia in bestia» (1989), è una storia gotica giocata sul tema del doppio, con due gemelli, uno colto e razionale, l’altro bestiale e istintivo. «Io venìa pien d’angoscia a rimirarti» (1990) immagina un giovane Leopardi licantropo, «La stiva e l’abisso» (1992) narra il misterioso viaggio di un galeone spagnolo, bloccato in mezzo all’oceano da una bonaccia, «Tu, sanguinosa infanzia» (1997) raccoglie undici racconti che recuperano gli oggetti dell’infanzia, biglie, macchinine, giornalini, «Rondini sul filo» (1999) è un monologo dell’io narrante, che riecheggia Céline, sul tema della gelosia e sull’ossessiva ricerca dei vecchi amanti della moglie, «Tutto il ferro della torre Eiffel» (2002) è un’enciclopedia della cultura del Novecento, un catalogo delle figure della modernità intorno agli anni Trenta, «Verderame» (2007) narra l’amicizia tra un ragazzo e un vecchio giardiniere nella casa di campagna dei nonni, «piena di buchi e di crepe» come la memoria del vecchio, teatro di scontri tra partigiani e tedeschi durante la guerra.

«Roderick Duddle» è «un appassionante e raffinatissimo gioco letterario», come recita il risvolto di copertina, ma più che un «romanzo d’appendice contemporaneo» ci sembra un romanzo settecentesco alla «Tom Jones» (1749) di Fielding, che sin dal titolo richiama «Roderick Random» (1748) di Smollett. Un’operazione del genere, ma più nel gusto del postmoderno, era stata tentata più di mezzo secolo fa da John Barth con «Il coltivatore del Maryland» (1960).

Il risvolto cita come modelli dominanti Dickens e Stevenson, due autori molto amati da Mari e sicuramente presenti nella narrazione, ma il tono picaresco porta a privilegiare il romanzo inglese del Settecento, sia per gli insistiti coinvolgimenti del lettore, sia per gli innesti epistolari nel racconto. Ambientato in Cornovaglia, ha per protagonista un bambino di dieci anni, Roderick, rimasto orfano, figlio di Jenny la Magra, una prostituta che sciacquava i bicchieri all’Oca Rossa, una taverna vicino alla scogliera frequentata da marinai, carrettieri, vagabondi e ubriaconi.

Sarebbe troppo complicato raccontare la trama, che lasciamo al piacere del lettore, una serie di fughe, inseguimenti, imboscate, trappole infernali, personaggi che cambiano nome, morti ammazzati a catena, viaggi per mare, ammutinamenti, tempeste.

Scacciato dalla taverna, Roderick vaga da un luogo all’altro con in tasca l’unico ricordo di sua madre, un medaglione della nonna, Lady Pemberton, che prima di morire vuole ritrovare la figlia per lasciarle le sue ricchezze. La sorte del trovatello è sballottata «come in un bussolotto da cui ora esca la pallina bianca della vita, ora quella nera della morte». Tutti i personaggi del romanzo vogliono impossessarsi del medaglione, vero oggetto totemico, per mettere le mani sul patrimonio.

Mari sa catturare il lettore tracciando una mappa topografica dei luoghi, riportata in una cartina all’inizio del libro: il convento della Badessa, a cui Lady Pemberton ha affidato la bambina, futura madre di Roderick, la taverna dell’Oca Rossa, il cui proprietario, Jeremiah Jones, recluta ragazzine per farne delle sguattere, poi delle cameriere e infine delle prostitute, Pemberton House, la casa patrizia della ricca signora, il casolare sulla scogliera di Jack il pescatore, dove troverà rifugio Roderick.

Il romanzo è costellato di locande dai nomi pittoreschi, un topos frequente nel filone picaresco, dove i personaggi s’inseguono e si ritrovano: oltre all’Oca Rossa, teatro principale degli eventi, ci sono l’Unicorno di Cork, la Scrofa Bianca di Glerenmouth, l’Allegro Viandante di Dury, il Granchio Ubriaco di Leymoore, la Buona Novella di Fenham.

Ad animare la trama intervengono molti personaggi: Salamoia, un bieco pezzo da galera, col suo fido scudiero Scummy, un povero mentecatto, la Rossa, concubina del locandiere Jones, Lennie, gigante minorato e calvo, con le orecchie a sventola, Lafayette, dandy vanesio che vanta discendenze da Lord Pemberton, Havelock, intendente di polizia, Basoski, cuoco polacco della nave. E poi c’è Michael, un bambino di dieci anni con un finto medaglione, che la Badessa spaccia per Roderick per mischiare le carte. Il tema del doppio, del sosia, dei gemelli, è del resto un tema ricorrente nella narrativa di Mari sin dal suo romanzo d’esordio, «Di bestia in bestia».

I dialoghi col lettore chiudono il cerchio tra autore e personaggi, dove Mari s’incunea identificandosi con i due trovatelli: «Tu non scapperai, mio lettore, perché sei avido di sapere, e perché ti ho scelto fra tanti, e perché, appunto, sei mio»; e alla fine del romanzo, «mio paziente lettore, che mi hai seguito passo passo fin qui: immagino che sarai stanco, e desideroso di sapere come questa storia va a finire. Cercherò di accontentarti, anche se nessuna storia propriamente finisce mai». Appunto, in letteratura le storie non finiscono mai, recuperano trame antiche e sfociano sempre in nuove avventure.

Massimo Romano

 



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