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Pentecoste della pace in Vaticano

Hanno fatto il count down, hanno contato i giorni dal 24 dello scorso mese di maggio i fedeli, e non solo i fedeli, ma tutte le persone di buona volontà, tutti gli amanti della pace, tutti coloro che stanno in ansia per le guerre, per le sorti dei popoli e dell’umanità. E finalmente quel giorno è arrivato. È l’8 giugno, un giorno della Storia che si sta per scrivere. È domenica. Il giorno del Signore. Pentecoste, quando lo Spirito Santo discese sugli apostoli in forma di fiammella, si confusero le lingue, ma tutti comprendevano quello che veniva detto. Ognuno nella sua lingua.

Un giorno per comprendersi, anche se si parlano lingue diverse e si professano confessioni religiose diverse, ma che riportano allo stesso, unico Dio. Non idoli. Si prega. Oggi che non si lavora come non si lavorava ieri, sabato, per gli ebrei e non si lavorava avantieri, venerdì, per i musulmani. Oggi ci si può trovare e pregare. Ognuno secondo il suo rito e le sue tradizioni. Oggi si prega tutti insieme. Gli ebrei, i musulmani, i cattolici.

Sono lì, nella casa di papa Francesco, in Vaticano, l’israelita Shimon Peres, presidente dello Stato d’Israele, e Abu Mazen, il palestinese Mahmoud Abbas, presidente dello Stato della Palestina, riconosciuto dall’Onu, ma non accetto dai confinanti, che lo osteggiano e lo isolano. Vengono non per discutere, non per mettere sul tavolo torti e ragioni, tracciare confini che sono già definiti, ma devono ancora essere pienamente riconosciuti. Ecco, preghiamo, disse loro il Papa quando era in pellegrinaggio in Terrasanta, a Betlemme e a Gerusalemme. Hanno accettato. Ed eccoli, nelle stanze che già conoscono, con Francesco che già conoscono e del quale sanno le aspirazioni, la vocazione al dialogo e alla pace.

Da piazza San Pietro li seguono i fedeli in attesa dell’Angelus domenicale, venuti da ogni parte del mondo. Si chiedono se anche i due Capi di Stato si affacceranno alla finestra, magari con due colombe bianche da liberare in volo. Per ora bisogna limitarsi a pregare perché l'incontro di preghiera per la pace a cui papa Francesco ha invitato i due Presidenti inizia solo nel pomeriggio. Ma le attese sono confermate.

Bisogna fare in fretta, perché la pace non può più attendere. La guerra sta facendo vittime. È perenne in tutto il Medio Oriente e dintorni. E dove non c’è conflitto aperto, ci sono agguati, persecuzioni, attentati. È passato il venerdì festivo per i musulmani, e il sabato festivo per gli ebrei. Ora è domenica. Bisognava far presto anche perché è imminente la scadenza del mandato del presidente Peres.

Un vertice straordinario, insolito, definito dagli osservatori «un clamoroso successo diplomatico del Papa argentino». Ma Francesco ha sempre sottolineato che si tratta di «un incontro di preghiera. Non sarà per fare una mediazione o cercare soluzioni, no. Ci riuniremo a pregare, soltanto. E poi, ognuno torna a casa. Ma io credo che la preghiera sia importante e pregare insieme senza fare discussioni di altro tipo, questo aiuta». Con loro tre, Papa-Peres-Mazen, ci sono anche un rabbino e un religioso musulmano, gli amici che ormai lo accompagnano. 

In un messaggio per il tradizionale incontro della Chiesa cattolica in Germania, la 99ma edizione del «Katholikentag» in corso nella celebre Università di Ratisbona, papa Francesco ha esortato a dare testimonianza della propria fede diventando «costruttori di ponti nella Chiesa e nella società». Ricordando lo scoppio, cento anni fa, della Prima guerra mondiale e poi il Muro di Berlino, il Pontefice evidenzia le tante sofferenze e separazioni che hanno causato e aggiunge: «La gente però ha saputo riunirsi per pregare per la pace. Qui emerge la missione del cristiano: pregare e uscire per portare la buona novella agli altri. La preghiera», osserva il Papa, «è una strada a doppio senso perché è un vero dialogo» con l'altro per il quale si prega e con il quale si prega».

Per la stampa internazionale l’invito ha rivelato in Francesco un «leader globale». «È difficile sostenere che papa Francesco non sia il miglior politico al mondo dopo il suo viaggio in Terrasanta», ha scritto il «Time». «L'apertura riuscita di Francesco è stata particolarmente rimarchevole se si considerano gli sforzi falliti degli Stati Uniti, all'inizio della primavera, per avvicinare le due parti al tavolo e dare inizio a discorsi di pace negoziati». Ad ogni modo, «questa potrebbe essere la spinta di cui aveva bisogno il segretario di Stato John Kerry per ravvivare questo processo di pace, che è stato largamente fermo negli ultimi quattro anni».

L’articolo del «Time» è stato riportato dall'«Osservatore Romano», che a sua volta invita a non sottovalutare il ruolo della testimonianza religiosa per la costruzione della pace e ricorda che la giornata di preghiera e digiuno per la Siria, promossa lo scorso settembre da Francesco, fece sì che fosse evitato l'intervento militare Usa nel Paese. «Se l'incontro di preghiera di papa Francesco sarà il catalizzatore iniziale per riavviare i colloqui di pace in Medio Oriente e potremo in qualche modo porre fine alla violenza perpetua che tormenta la regione», conclude l’«Osservatore Romano», «allora sapremo che l'angelo Gabriele aveva ragione: “Nulla è impossibile a Dio”».

Francesco ha già vissuto un’altra domenica straordinaria. Allo Stadio olimpico di Roma per la XXXVII Convocazione nazionale del Rinnovamento nello Spirito Santo. Giunto nel pomeriggio, il Pontefice ha trovato ad attenderlo una folla di 52 mila persone. Hanno dato testimonianza della loro fede una disabile, una donna non vedente dalla nascita («Vedo con gli occhi della fede»), un sacerdote, un papà, una mamma, un giovane, sotto la guida di un dinamico presidente del Movimento, lo scrittore Salvatore Martinez. Francesco ha confessato («Lo sapete, tanto le notizie volano») che da arcivescovo di Buenos Aires all’inizio non apprezzava il Movimento, ma ne venne nominato assistente spirituale prima che partisse per il Conclave. Un segno. Ora conforta ed esorta tutti, prega per loro e per questa straordinaria assemblea riunita per lui in uno stadio che accoglie la preghiera in ginocchio recitata da migliaia di uomini e donne delle Comunità del Rinnovamento nello Spirito: 1.300 volontari impegnati, 1.500 stranieri in rappresentanza di 52 Paesi del mondo, mille sacerdoti, 150 seminaristi, 350 religiose, tre mila bambini e ragazzi. Coinvolti nell’iniziativa del Rinnovamento nello Spirito Santo due organismi di collegamento: Iccrs (International catholic charismatic renewal services) e Cfcccf (Catholic fraternity of charismatic covenant communities and fellowships). Papa Francesco ha abbracciato quante più persone gli è stato possibile. Questa volta i bambini gli sono corsi incontro. Ha accarezzato i malati, ha salutato cordialmente le personalità intervenute, a cominciare dal sindaco di Roma, Ignazio Marino, e dal ministro degli Interni, Angelino Alfano.

Allargando lo sguardo oltre i confini ha espresso la sua «profonda commozione» in risposta alla lettera di cinquecento ragazzi condannati all'ergastolo in carceri Usa senza possibilità di condizionale. Reciproca la richiesta di preghiera. E ai carcerati di Castrovillari dedicherà una visita quando il 21 giugno si recherà nell’attigua Cassano all’Jonio, dove è stato ucciso il piccolo Nicola («Coccò») in braccio alla nonna e un anziano prete per rapina.

Antonio Sassone



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